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Terremoto1908. Quando il Parlamento votò la ricostruzione di Messina

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L'antico Municipio di Messina
L’antico Municipio di Messina

MESSINA. Subito dopo il terremoto del 28 dicembre 1908 la stragrande maggioranza dell’opinione pubblica chiedeva di cancellare Messina e farne una testa di ponte delle Ferrovie. Solo l’ostinazione di un pugno di politici messinesi sopravvissuti al sisma bloccò questo progetto e il 12 gennaio 1909 il Parlamento italiano votò il finanziamento per la ricostruzione della città, prevedendo una spesa di 100 milioni di lire dell’epoca. Somma assolutamente insufficiente, ma per il momento non si riuscì ad ottenere altro. All’ingegnere Luigi Borzì fu affidato l’incarico di ridisegnare la città secondo criteri moderni. Messina fu totalmente stravolta e non solo a causa delle leggi antisismiche, che imponevano vie larghe ed edifici bassi, al massimo di due piani. Norme del resto, emanate già dai Borboni subito dopo il terremoto del 1783, ma applicate solo parzialmente e con tragiche conseguenze.

Intanto, mentre a Roma si discuteva se restituire Messina alla sua dignità di città capoluogo o se cancellarla, in riva allo Stretto la vita pian piano riprendeva. Una pubblicazione di quel periodo del Comune di Catania, valutò che i profughi provenienti da Messina fossero 21.800. Numeri che riguardano solo il capoluogo etneo e non è difficile ipotizzare che il numero reale della diaspora sia stato almeno il triplo.

Come si legge nel sito dell’amministrazione comunale, “l’opera di sgombero fu enorme; quasi un milione di metri cubi di macerie furono riversate nella penisola di San Raineri (abbassatasi a causa del maremoto) e in altri luoghi aperti della città. La zona di piazza Cairoli fu usata dai primi nuclei di baracche; in questa parte, che diverrà il nuovo centro cittadino, sorsero delle baracche di legno adibite ad infermeria, a tipografia, a chiesa. Negli spazi liberi da macerie sorsero spontaneamente delle povere e precarie abitazioni che, abitate per molti anni, condizionando il successivo sviluppo urbanistico della città.

Gli aiuti internazionali e non, furono svariati. Baracche prefabbricate e legname affluirono un po’ da tutto il mondo (Svizzera, Russia, Stati Uniti), elemento questo ancora oggi riscontrabile in alcuni toponimi cittadini. Dopo quattro mesi dalla decisione parlamentare di ricostruire la città, l’amministrazione di Messina affidò l’incarico di redigere il nuovo piano urbanistico al dirigente dell’ufficio tecnico comunale, l’ingegner Luigi Borzì, il cui progetto fu approvato alla fine del 1911. Il tecnico tracciò un nuovo piano regolatore, preoccupandosi innanzi tutto di rispettare le nuove e rigorose leggi antisismiche, e mantenendo l’assetto urbano della Messina pre-terremoto.

La novità più evidente fu invece l’ampliamento della città, la cui area è quasi raddoppiata nelle direzioni nord e sud e lungo i torrenti cittadini. Le mura, che chiudevano Messina verso i Peloritani, furono sostituite da una circonvallazione che delimita la città vera e propria. Un notevole incremento si ebbe con la nascita dell’Unione edilizia messinese, che realizzò centinaia di appartamenti, attività in seguito rallentata dallo scoppio della I guerra mondiale. La ricostruzione innescò inoltre grossi progetti speculativi. Tantissimi erano stati i morti e tra gli eredi non tutti erano in grado di dimostrare il diritto alla proprietà. L’iniziativa privata fu quasi nulla, ostacolata da colossi come lo Stato, la Chiesa e poche ricche famiglie, che acquistarono tutti i terreni edificabili. Nel decennio successivo al terremoto furono eretti i principali edifici pubblici, ma la città aveva ancora l’aspetto di un immenso cantiere, contornato di baracche. Dal 1925 al 1937 si realizzarono 6 mila alloggi.

Nel 1929 fu indetto il concorso per la realizzazione della nuova palazzata, o meglio, di una serie di edifici lungo la curva della falce, che fu vinto dagli architetti Leone, Samonà, Viola e Autore. Ben presto però, con la città in gran parte ricostruita, sopraggiunse la II guerra mondiale a bloccarne lo sviluppo. Per la sua posizione strategica e per la flotta presente nel porto, Messina fu uno dei bersagli più colpiti dai bombardamenti aerei (nei primi 15 giorni di agosto 1943 sulla città furono sganciate 6542 tonnellate di esplosivo). Le costruzioni antisismiche, infatti, apparivano sempre integre ai piloti che la colpirono ripetutamente. Negli anni ’50 Messina pertanto, dovette affrontare una nuova ricostruzione, con un piano regolatore (quello del Borzì del 1911) ormai insufficiente”.

Giuseppe Marino

Laureato in Giornalismo all'Università degli studi di Messina. Si occupa a tutto campo della sezione sportiva di Sicilians, con un occhio di riguardo verso il calcio nostrano. Vi racconterà di tutto e di più sull'ACR Messina e sul panorama sportivo regionale.