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Terremoto1908. La paura ancestrale dei messinesi

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Eleonora Iannelli
Eleonora Iannelli

MESSINA. Ho sempre avuto una paura ancestrale per il terremoto, come molti messinesi, in una terra ballerina come la nostra. Una questione di Dna probabilmente, come le difese immunitarie che, a quanto pare, abbiamo sviluppato oltre misura nell’area dello Stretto, per contrastare gli effetti nocivi del gas radon sprigionatosi dopo il sisma. Chissà. Più verosimilmente, il mio terrore sacro, alimentato da un paio di ricordi della mia adolescenza, due fughe da casa, nottetempo, nel 1978 e nel 1985, per rifugiarci nella villetta di campagna, più sicura, trae origine dalla memoria storica della mia famiglia.

Correva l’anno 1908. Il mio bisnonno paterno, Giuseppe D’Angiolino, poco più che ventenne, rimase sotto le macerie di casa sua, in via Elenuccia, a Messina, per 11 giorni. E quando, in fin di vita, lo tirarono fuori i marinai russi, una squadra di energumeni che sembrava mandata lì dalla Provvidenza, lui scoprì che tutta la sua famiglia, mamma, fratelli e zii, era rimasta seppellita sotto le macerie del terremoto assassino. Un edificio di tre piani si era accartocciato.

Caricato su una nave, con altra “merce” umana destinata ai porti vicini, il giovane Peppino approdò a Napoli, in compagnia di migliaia di altri moribondi e derelitti. Rimase in una corsia d’ospedale per molti mesi, sospeso tra la vita e la morte. Tornò a vivere e rientrò nella sua Messina, una città fantasma, ma senza una gamba, senza una famiglia, senza una casa.

E, però, baciato dalla fortuna, visto che almeno 80 mila suoi concittadini erano stati inghiottiti dalle rovine polverose o coperti nelle fosse comuni, sotto la calce viva. Nessuno ebbe il tempo, nell’urgenza della sopravvivenza, di elaborare lutti e i dolori. C’era da rimediare un tetto, qualcosa da mangiare, da aggrapparsi al suolo natio per evitare di essere sradicati, di essere portati, o deportati altrove, per fondare una specie di colonia, una nuova Messina.

Ma la cosa più importante, per Peppino, era onorare un patto, un giuramento che aveva fatto con la Madonna, quando era in punto di morte. Andò in un convento e si fece presentare un’orfanella. Come lui, era rimasta sola al mondo Rosina, ma era stata fortunata a trovare ricovero dalle suore. Altre ragazze sparirono o andarono a finire nelle residenze della borghesia benestante del Nord, a fare le sguattere o, peggio, in tante case d’appuntamento. Diventò di moda “ospitare” una profuga messinese, senza nulla togliere alla gara di solidarietà e di carità internazionale vera e autentica che ci fu.

Il libro di Eleonora Iannelli sul terremoto del 1908
Il libro di Eleonora Iannelli sul terremoto del 1908

Ebbene, Rosina conobbe questo giovane sconosciuto. Un bell’uomo, nonostante la sua menomazione, di buona cultura e di sani ideali. Solo al mondo, come lei. Si frequentarono sotto la protezione dei portici del convento. E nacque una storia di affetto, e poi di amore, che cacciò per sempre l’alito della morte.

Sembra un romanzo popolare, romantico, di quelli d’appendice pubblicati a puntate sui giornali, a fine Ottocento, ma è la biografia del capostipite della mia famiglia. Io stessa la ignoravo, fino a qualche anno fa, quando, per una strana ispirazione e intuizione da giornalista, iniziai a fare domande in giro sul retaggio del terremoto del 1908. E a curiosare negli album di famiglia.

Scoprii di non sapere nulla della catastrofe di un secolo prima, così come della storia rocambolesca della mia famiglia (i salvataggi miracolosi furono anche da parte di mamma, ovviamente, se no io non sarei qui a raccontarli!) e, da messinese, mi vergognai. Da cronista iniziai a documentarmi, a raccogliere storie, testimonianze di parenti e anche di qualche ultracentenario e a indagare sulla ricostruzione, sul fiume di contributi pubblici spesi per ridare un volto alla città.

Nacque, negli anni Trenta, un centro urbano solido, in stile eclettico, frutto della beneficenza, dell’impegno di Enti pubblici, ma anche di molti speculatori privati. Nelle periferie rimasero, però, i segni della città incompiuta: quelle baracche di cui ancora c’è traccia. E qui ci sarebbe molto da dire, come pure sul rischio sismico e su quello idrogeologico della nostra città, due spade di Damocle da non dimenticare, mai. Fare gli scongiuri non serve proprio a nulla. Indignarsi e arrabbiarsi, pretendere condizioni di sicurezza per noi e i nostri figli, sì.