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L’1 maggio, la strage di Portella della Ginestra e il rischio dell’oblio

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Commemorazione della strage di Portella della Ginestra nel 1948
Commemorazione della strage di Portella della Ginestra nel 1948

Ci sono date che sono scolpite, o dovrebbero esserlo, nella memoria di ciascuno di noi. L’1 maggio è una di queste. Non solo perché è la Festa del Lavoro, ma anche perché è la data-simbolo che dovrebbe fare di ogni siciliano onesto un anti mafioso a prescindere. L’1 maggio 1947 è il giorno della strage di Portella della Ginestra. La mafia, insieme a pezzi dei nostalgici della monarchia sabauda e della Democrazia Cristiana siciliana, si fa scudo di un contadino-bandito semianalfabeta, Salvatore Giuliano, e ne fa il mandante e l’esecutore materiale di una giornata di sangue che lascia a terra 11 persone e ne ferisce altre 27. Nel 1970 non è ancora stata fatta luce sulla vicenda e la Commissione Antimafia liquida in maniera indecente la vicenda. “Le ragioni per le quali Giuliano ordinò la strage di Portella della Ginestra -si legge nella relazione- rimarranno a lungo, forse per sempre, avvolte nel mistero. Attribuire la responsabilità diretta o morale a questo o a quel partito, a questa o quella personalità politica non è assolutamente possibile allo stato degli atti e dopo un’indagine lunga e approfondita come quella condotta dalla Commissione. Le personalità monarchiche e democristiane chiamate in causa direttamente dai banditi risultano estranee ai fatti.

In realtà non fu così. E anche se non ci furono condanne per questa vicenda, dalle indagini successive, mai del tutto abbandonate da storici e studiosi del fenomeno mafioso, è evidente che un coinvolgimento diretto nella strage da parte non solo della mafia ma anche di uomini politici che a questa si appoggiavano per controllare e gestire la politica nell’Isola ci fu.

Solo nel 2009, dopo 61 anni, è stato ritrovato il corpo di Placido Rizzotto, sindacalista della Cgil ucciso dalla mafia. I suoi resti sono stati identificati con certezza solo nel 20012, grazie al test del DNA. La speranza è che prima o poi si possa fare piena luce anche sui mandanti della strage di Portella della Ginestra, che fu la prima strage della Repubblica Italiana, appena uscita dalla dittatura fascista e dall’invasione nazista.

Portella della Ginestra è in provincia di Palermo e là, l’1 maggio del 1947, si erano dati appuntamento oltre 2 mila lavoratori. Che non volevano solo festeggiare la ricorrenza, ripristinata due anni prima dopo che il fascismo l’aveva soppressa, ma anche rivendicare ancora una volta il diritto alla terra e, quindi, al lavoro e a una vita dignitosa.

Archiviata la Seconda Guerra Mondiale, in quegli anni in Sicilia si sta combattendo un’altra guerra, altrettanto dura: quella contro i latifondisti.

Proprietari terrieri chiusi in una mentalità medievale che l’abolizione del latifondo prevista nella Costituzione del 1812 strappata ai Borboni non modificò in alcun modo e che preferivano lasciare incolte le proprie terre piuttosto che darle ai contadini affamati.

La stele che ricorda la strage
La stele che ricorda la strage

Aggettivo quest’ultimo usato non a caso, ché le condizioni dei contadini siciliani di quegli anni non sono poi molto differenti da quelle registrate nell’inchiesta condotta nel 1876 dai parlamentari Sidney Sonnino e Leopoldo Franchetti.

Nella quale, è bene rammentarlo, si parla già della mafia, della criminalità organizzata e degli intrecci di quest’ultima con tutti i livelli, nessuno escluso, della società siciliana.

L’omogeneità del sistema criminale mafioso, che poteva contare sull’estrema convenienza che avevano i latifondisti, gli uomini politici e, più in generale, chiunque avesse potere, era evidente sin da allora.

Come si legge nella relazione, “se dopo l’abolizione della feudalità non era mutata la sostanza delle relazioni sociali, ne era bensì mutata la forma esterna. Avevano cessato di essere istituzioni di diritto la prepotenza dei grandi ed i mezzi di sancirla: le giurisdizioni e gli armigeri baronali. L’istrumento che conveniva adesso adoperare per i soprusi, era in molti casi l’impiegato o il magistrato”.

Un sistema, che dopo i primi attimi di sbandamento, si ricostituì più forte di prima anche dopo l’Unità d’Italia. A parte rarissime eccezioni, chi governava in Sicilia non era espressione dello Stato centrale ma del potere locale.

E a tutti, tranne a chi quotidianamente viveva sulla propria pelle il dramma di una vita indegna di essere vissuta, fatta solo di violenza, sopraffazione e diritti sistematicamente calpestati, andava bene così.

Chiusa questa digressione, necessaria per comprendere il clima di quell’1 maggio 1947, torniamo alla strage. La manifestazione è iniziata da poco e oltre ai lavoratori che rivendica le terre incolte, a Portella della Ginestra ci sono centinaia di famiglie. All’improvviso, colpi su colpi di fucile e i corpi dei morti e dei feriti a terra.

Nessuno però ha interesse a scoprire la verità. Fallito il delirio del separatismo, Giuliano è diventato un problema. Cade nella trappola delle persone che riteneva essergli vicine e proprio da loro è indicato come l’unico responsabile. L’inchiesta è frettolosa e volutamente superficiale.

Inspiegabilmente, non ci saranno perizie balistiche per accertare da dove e con quali armi si è sparato né le autopsie sulle vittime. Il clima è tale, che pur indicando in Giuliano e nella sua banda gli esecutori della strage, nessuno tenta di scoprire chi erano i mandanti, i motivi della strage e gli autori dei tentativi, riusciti, di insabbiamento delle indagini.

Non è stato facile il dopoguerra della Sicilia. Alle elezioni regionali di quell’anno il Fonte Popolare, che raccoglieva tutti i partiti della sinistra, aveva vinto. Democrazia Cristiana, Chiesa e latifondisti avevano più di un motivo per non dormire sonni tranquilli.

La prima pagina de L'Ora di Palermo
La prima pagina de L’Ora di Palermo

L’occupazione delle terre incolte rischiava di diventare un’abitudine, sostenuta dalla sinistra. Era necessario dare un segnale e l’1 maggio ci fu l’occasione di passare dalle parole ai fatti.

Fino a quel momento il braccio armato dei grandi proprietari terrieri contro i contadini era stata la mafia. Quel giorno, per motivi mai chiariti, il lavoro sporco lo fecero Salvatore Giuliano e la sua banda.

Il 17 ottobre 1948 la Corte d’appello di Palermo li rinviò tutti a giudizio. La Cassazione decise  che la competenza era della Corte d’Assise di Viterbo, dove il processo iniziò il 12 giugno 1950. Il dibattimento si concluse il 3 maggio di due anni dopo con la condanna all’ergastolo di 12 imputati.

I nomi dei mandanti e le ragioni che li spinsero ad organizzare quella strage sono ancora da scoprire. A distanza di 70 anni si cerca ancora la verità. Il solo atto di giustizia che per il momento si può rendere alle vittime e alle loro famiglie è quello di non dimenticare.

Elisabetta Raffa

Giornalista professionista dal secolo scorso, si divide equamente tra articoli di economia e politica, la cucina vegana, i propri cani, i libri, la musica, il teatro e le serate con gli amici, non necessariamente in quest’ordine. Allergica ai punti e virgola e all’abuso dei due punti, crede fermamente nel congiuntivo e ripete continuamente che gli unici due ausiliari concessi sono essere e avere. La sua frase preferita è: “Se rinasco voglio essere la moglie dell’ispettore Barnaby”.