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#Sicilia. Il Sole 24 Ore: “Le università dell’Isola al palo”

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UniversitàLe università siciliane sono al palo? Secondo le stime de Il Sole 24 Ore  elaborate in base ai dati del Rapporto 2015 di AlmaLaurea, Messina è al terz’ultimo posto nella classifica degli atenei italiani per la percentuale di laureati che trovano lavoro a 3 anni dalla laurea.

Il dato è persino più preoccupante, se consideriamo che le ultime due università in classifica, San Raffaele Vita e Salute e Roma Campus Biomedico, sono i campus degli omonimi policlinici universitari e ospitano prevalentemente studenti di Medicina, che continuano il percorso di studi con la specializzazione.

Al netto dei dati relativi ai due campus, quindi, l’Università della Città dello Stretto si troverebbe all’ultimo posto della classifica, con una percentuale di 49,1% di laureati che trovano lavoro dopo 3 anni.

Ma Messina è in buona compagnia perché anche Catania e la Kore di Enna (Palermo non ha partecipato alla rilevazione) si collocano nella parte bassa della classifica.(http://www.ilsole24ore.com/pdf2010/Editrice/ILSOLE24ORE/ILSOLE24ORE/Online/_Oggetti_Correlati/Documenti/Notizie/2015/04/laureati-universita-lavorano.pdf),

Inoltre, secondo i dati del CUN, il Consiglio Universitario Nazionale, c’è stato un calo drammatico degli iscritti nelle Università siciliane, perché nel giro di dieci anni si è passati da 28.706 a 17.435 immatricolati.

Infine, sappiamo che le università meridionali (e quindi anche quelle siciliane) negli ultimi anni hanno dovuto subire un taglio significativo nei finanziamenti pubblici, che aumenta ulteriormente la forbice tra Nord e Sud e mette la Sicilia in una posizione particolarmente difficile. E’ chiaro che se non si attueranno dei correttivi, gli atenei siciliani rischiano il declino.

Tra l’altro, questo trend ha un impatto negativo sulla capacità del sistema formativo siciliano di produrre capitale umano e intellettuale.

La perdita di competitività delle Università dell’Isola rischia inoltre di accrescere il divario di capitale culturale tra la Sicilia e il Centro-Nord. Il concetto di capitale culturale è stato elaborato dal sociologo e antropologo francese Pierre Bourdieu.

E’ composto dall’insieme di conoscenze, valori, abilità e abiti mentali di un individuo, acquisiti attraverso l’educazione familiare, e (non solo) l’istruzione. Il capitale culturale fa parte integrante dell’identità sociale e rappresentano i prerequisiti per competere nella società contemporanea, che tende ad escludere le persone che non sono sufficientemente attrezzate per orientarsi e agire in un mondo complesso.

Ma la crisi del sistema universitario siciliano incide sulle opportunità di scelta dei siciliani. Gli studenti della nostra Isola, infatti, rischiano di essere costretti a espatriare nel Continente e all’estero per proseguire gli studi.  Una cosa è andare fuori a studiare per scelta, come hanno fatto molti di noi, un’altra è essere obbligati a farlo perché la propria regione non è più in grado di offrire delle opportunità di studio sul territorio.

L’economista premio Nobel Amartya Sen sostiene che lo sviluppo, per portare effettivamente dei benefici a tutti i cittadini, deve assicurare a tutti delle opportunità e la facoltà di scegliere tra diverse alternative.

Se io decido di adottare una dieta ipocalorica, per motivi personali, sto facendo una dieta. Se io sono costretto a nutrirmi in maniera insufficiente a causa dalle condizioni economiche e sociali, non è più una questione di scelta, ma diventa un problema di ingiustizia e diseguaglianza.

Questo principio vale anche per l’istruzione. Se io scelgo di andare a studiare in una università del Centro-Nord va benissimo. Se io devo andare a studiare fuori, perché la mia regione non mi consente di farlo non è più una scelta, ma è una costrizione.

Che allo stesso tempo diventa fonte di diseguaglianza perché nel nostro Paese, a causa della riduzione dei fondi a disposizione per il diritto allo studio e dei costi che deve sostenere uno studente per vivere fuori sede, frequentare una università fuori dalla propria regione diventa un sacrificio che non tutte le famiglie sono in grado di sostenere.

Il diritto allo studio rischia così di diventare, come accadeva in un non lontano passato, una questione di censo e un ulteriore fattore di diseguaglianza sociale. L’articolo 34 della nostra Costituzione sancisce che “I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi”. Quest’articolo dovrebbe valere per tutti i cittadini italiani, compresi i siciliani.

 

 

Fabrizio Maimone

Messinese ca scoccia e romano di adozione. Ricercatore (molto) precario, collabora a progetti di ricerca su temi al confine tra sociologia, management e organizzazione, in Italia e all’estero. Insegna organizzazione aziendale all’università ed è docente di management e comunicazione. È formatore e consulente di direzione per le migliori e le peggiori aziende, italiane e multinazionali. La sua passione per la comunicazione (non solo) digitale è seconda solo a quella per la tavola, le buone letture e i viaggi.