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Palermo post lockdown: l’arte riparte dal belga Julien Friedler

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PALERMO. È dedicata all’artista belga Julien Friedler la prima mostra con cui la Fondazione Sant’Elia e la città di Palermo ripartono dopo il lockdown del coronavirus. Il capoluogo siciliano ricomincia pian piano a risollevarsi, riapre i suoi palazzi, le chiese, i musei e sceglie un artista dall’immaginario strabordante e insieme necessario. “Mapping”, questo il titolo della personale aperta al pubblico dal 7 giugno al 7 luglio, racchiude 200 quadri recenti di Friedler di chiara impostazione espressionistica, catartica, realizzati negli ultimi due anni e fino a poco prima che il mondo si raggrinzisse in se stesso per far fronte alla pandemia. La mostra, curata da Gianluca Marziani e Dominique Stella, si inaugura nella sede della Fondazione Sant’Elia al Loggiato San Bartolomeo. Il vernissage è previsto per  il 6 giugno alle 11.  L’ingresso (eccezionalmente) gratuito e contingentato, sarà permesso solo a chi avrà con sé i dispositivi di sicurezza. Contemporaneamente alla mostra palermitana, una seconda parte di “Mapping” si svolgerà a Palazzo Libera, Comune di Villa Lagarina (TN), in collaborazione con il MART di Rovereto. Il catalogo, che raccoglie l’insieme della produzione “Mapping”, sarà pubblicato da La Route de la Soie Éditions_Paris. Julien Friedler è una figura singolare nel panorama mondiale dell’arte contemporanea. Il suo passato letterario, la formazione come psicanalista, l’amore per la filosofia e la scrittura di diverse opere erudite. Ma anche il suo gusto per i viaggi e l’incontro con realtà diverse e lontane, hanno composto una personalità labirintica che trova nelle arti visive un’emblematica ipotesi realizzativa. “Di Julien Friedler conosciamo l’opera lussureggiante in cui pitture, sculture e installazioni sono portavoce di un immaginario strabordante, segni visibili di una verità tra Leggenda e Mito che l’artista sviluppa attraverso tematiche a lui vicine per vissuto e impegno etico” – scrive il curatore Gianluca Marziani. “Mapping” introduce a una cartografia immaginaria che stabilisce, tramite innumerevoli disegni e pitture, i contorni di un territorio mentale che Friedler traccia in totale libertà espressiva. I colori, le chiazze, i segni e i graffiti invadono la superficie della tela in un’armonia che vuole essere lenitiva, come un ritorno all’essenziale, al magma primordiale e misterioso che si esprime dentro visioni incoscienti. Dalla materia pittorica nascono impressioni sensibili e impalpabili che si definiscono in atmosfere vaporose e colorate, liberatorie e catartiche come riesce solo alla pittura di espressione spirituale. Nella serie Mapping la forma visiva supera molte tipicità estetiche, lungo una ricerca che si riallaccia a problematiche filosofiche e spirituali, nonché a temi morali di cui la pittura si prende cura fin dai primi del Novecento. Il mondo di Friedler è intuitivo e la sua arte, intrinsecamente legata a un’attitudine mentale, è la forma espressiva di una contemplazione interiore e di un’esperienza di vita, trasfigurata dentro l’esperienza della pittura. I quadri sono il nucleo di una meditazione che si materializza nel colore, che qui appare come l’animo generatore, vera matrice/madre che fonde tutto in uno spirito vivente. La vita è pulsazione, respiro, dannazione, salvezza. E tale è l’opera “congiunzione degli opposti, una scrittura paradossale, un’iscrizione dei flussi che attraversa lo Spirito” come scrive lo stesso Friedler ne “La Verità del Labirinto”.

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