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Lotta al coronavirus, la parola al veterinario Barbuscia: “Il modello animale può insegnare tanto”

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MESSINA. Si chiama Antonino Barbuscia ed è veterinario per amore, anestesiologo per professione. Laureato a Messina, si è poi specializzato in animali non convenzionali, per i non addetti ai lavori conigli, furetti, criceti, serpenti, uccelli e pesci, tanto per citarne alcuni. La sua idea su come combattere il famigerato coronavirus? Il mondo animale può insegnare tanto.

Dottor Barbuscia, voi uomini di scienza siete gli unici a poterci dare seri ragguagli sul COVID-19, più comunemente noto come coronavirus. Cosa pensa di questo esserino che ha messo sotto scacco l’umanità intera e ha invaso il mondo mediatico? “Non si tratta di un “esserino”, come lo definisce lei, così terrificante. Non lo è, almeno, dal punto di vista infettivologico. Non possiede DNA e non è in grado di riprodursi da solo, di conseguenza se non attecchisce su un essere vivente è destinato a morire. Date però le nostre abitudini sociali si trasforma in un “esserino” estremamente infettante. La specie umana per sua natura vive infatti in promiscuità, esattamente come i pipistrelli frugivori o i gatti, che vivono in colonie. I pipistrelli dormono sugli alberi a distanze ravvicinatissime, si passano il cibo di bocca in bocca. I gatti, dal canto loro, si puliscono anche leccandosi a vicenda. Insomma, così come con questi animali i coronavirus la fanno da padrone, con noi umani il COVID-19 ha fatto bingo perché siamo esseri fortemente sociali. Poi ci si è messo anche il fatto che, al contrario dei suoi cugini SARS e MERS, questo virus nella maggior parte dei casi è poco sintomatico o addirittura asintomatico. SARS e MERS hanno infatti sintomi ben peggiori che si manifestano in tempi più brevi rispetto a quelli del COVID-19 il quale non solo ha tempi lunghi di incubazione, ma spesso si produce senza sintomi. Morale della favola: lo abbiamo e non ce ne accorgiamo e lui, nel frattempo, si propaga indisturbato”.

Ha citato il pipistrello frugivoro, colui che, nostro e suo malgrado, pare abbia trasmesso alla specie umana il COVID-19. Crede sia andata così? “Credo proprio di sì. Il COVID-19 è quasi identico al coronavirus del nostro pipistrello. Come abbia fatto il salto di specie non lo so, ma so che i virus si portano appresso degli “errori”, cioè un tratto di RNA dell’ospite, e da questi “errori” si possono calcolare la sua provenienza e da quanto tempo è passato all’uomo. L’RNA, per chi non fosse ferrato in materia, è una macromolecola biologica che converte le informazioni genetiche del DNA in proteine. Alcuni ricercatori hanno definito la molecola come una specie di dizionario dell’informazione genetica che traduce il linguaggio codificato del DNA, ossia i geni, negli amminoacidi delle proteine”.

Gli animali si ammalano o no di COVID-19? Possono trasmetterci il virus? “Ci sono stati dei casi, sporadici ma ci sono stati, di animali che si sono ammalati di COVID-19. Che vi sia però zoonosi, cioè trasmissione di una malattia infettiva da animale a uomo o viceversa, questo non è al momento riscontrato. Magari si verificherà, ma per ora non ne abbiamo prova”.

Può narrarci un caso clinico da coronavirus rimasto più di altri nella sua memoria? “Ho curato 11 giovani furetti provenienti dalla Germania e dall’Olanda che avevano un’enterite epizootica catarrale, tipica da allevamento. Li ho curati con una terapia di tipo sintomatico-conservativo. Sono stati in isolamento e seguendo e rispettando le norme igienico-sanitarie dovute sono tutti guariti”.

Cosa può il modello animale insegnare ai medici umani che possa loro tornare utile a proposito di coronavirus? “Potrebbe insegnare tantissimo visto che noi veterinari abbiamo una conoscenza molto approfondita dei coronavirus. Gli animali hanno malattie corona-virali ormai stabili nel panorama della patologia, malattie che sono endemiche. I medici umani, invece, sono entrati in contatto con i coronavirus solo all’arrivo di SARS e MERS. Il COVID-19 è infatti il terzo coronavirus che colpisce l’uomo e che ha la potenzialità per scatenare una pandemia. I medici umani, quindi, sono venuti a contatto con i corona da molto meno tempo di quanto non sia successo a noi veterinari. In definitiva, il modello animale concederebbe ai medici umani la possibilità di evitare strani teoremi grazie alla sua più che esaustiva bibliografia sui coronavirus: una bibliografia che ancora manca per quanto riguarda l’uomo. Il modello animale offrirebbe plausibilità, riferimenti a cui ci si potrebbe attenere e dai quali si potrebbe apprendere molto”.

Ma i medici umani, vi danno ascolto? Cercano collaborazione o conservano in qualche modo un atteggiamento di superiorità? “I medici umani stanno facendo la loro esperienza, una loro ricerca, ma francamente non mi risulta, almeno in Italia, che stiano consultando i veterinari. In tante occasioni, senza generalizzare, c’è sicuramente in alcuni di loro un atteggiamento di superiorità. È giustificabile? Non credo che lo sia e penso anzi che in questo momento storico sarebbe opportuno metterlo da parte. Fuori dall’Italia, però, le cose stanno diversamente. Voglio citare a tal proposito il professor Giacomo Rossi, veterinario dell’Università di Camerino, che con il suo gruppo di ricerca sta lavorando a una terapia anti coronavirus. Per quello che ho letto Rossi è partito da un coronavirus del gatto che spesso porta l’animale alla morte, il FeCoV, giungendo a un protocollo di cura che potrebbe valere per gli umani. Il brevetto è stato depositato a Washington e alcuni ospedali nordamericani e canadesi sono in attesa di provarlo. Ma, appunto, siamo negli Stati Uniti”.

Dottore, più di una volta lei ha accennato all’argomento contagio. Perché a me sembra che ci siano mancate unitarie ed esaustive linee guida sull’argomento? Perché noi “comuni mortali” ogni giorno che passa sentiamo di capirci sempre meno su questa sciagurata pandemia? “Il COVID-19 è un virus la cui modalità di infezione è unicamente aerea: contatto, goccioline di saliva o nasali, materiale contaminato del soggetto malato. Nell’uomo può presentare aspetti patologici diversi, ma la modalità di trasmissione non cambia rispetto all’animale. L’aggravante, in questo caso, come ho detto parlando prima di SARS e MERS, è che il soggetto asintomatico o poco sintomatico non è meno pericoloso di quello sintomatico. E di asintomatici in giro ce ne saranno sicuramente tanti, solo che i numeri non li sapremo con certezza fino a quando non sarà effettuata un’indagine capillare, cioè fino a quando non verranno fatti non solo i tamponi, ma anche le analisi sierologiche a tutta la popolazione. Per quanto riguarda la confusione di cui parlava, direi invece che i motivi sono tanti. A prescindere infatti da ciò che si comunica e da ciò che si omette, la comunicazione sul fronte medico può risultare contraddittoria, anche se in realtà non mi sembra che lo sia stata. Quello che ci confonde è che ciascun medico, nel suo ambito specialistico, riferisce strettamente ciò che riguarda il suo settore. Pertanto qualsiasi non addetto ai lavori difficilmente riesce a districarsi nei meandri delle notizie prettamente scientifiche che possono apparirgli addirittura contrastanti. Nel mondo dei medici umani la specializzazione, sacrosanta per carità, in termini divulgativi sta presentando però il suo conto, che è anche il suo contro: nessuno specialista vuole invadere il campo dell’altro, perciò fa la sua diagnosi e non si occupa, per esempio, di altri aspetti della patologia. Il ruolo che prima spettava al medico di famiglia, il massimalista, oggi praticamente non esiste. Ci sono dei bravissimi medici generici, ma per come nel presente è impostato il mondo anche burocratico della Sanità non possono svolgere il loro ruolo. A ciò si aggiunge il ricorso costante, altrettanto sacrosanto, alla diagnostica di laboratorio e strumentale. Ora: se esistesse di fatto e non solo sulla carta un maggiore affidamento alla figura del medico generico, ci sarebbe un reale controllo dei pazienti sul territorio, cosa che di fronte a una pandemia non può che essere d’aiuto. Il veterinario, al contrario, fa tutto da solo. È massimalista per forza di cose”.

A proposito di comunicazione, mi viene in mente Molière o meglio quel concetto che il drammaturgo francese ben esprime ne “Il malato immaginario” quando sottolinea il modo roboante che a tutt’oggi i dottori hanno di comunicare ai pazienti, quell’uso di una terminologia del tutto incomprensibile, senza contare che, soprattutto ai “piani alti” della Medicina non è difficile incontrare una certa saccenteria discretamente irritante… “Beh, non si può mai fare di tutta l’erba un fascio, però quello che dice è in certi casi vero. È una modalità comunicativa risultato a volte di pura deformazione professionale, a volte anche di presunzione, giustificabile o no”.

Tampone e prelievo del sangue. Ci spiega la differenza? I loci presenti sulla superficie virale, più comunemente noti come spike, sono gli elementi che inducono la reazione anticorpale, motivo per cui sono usati per creare i vaccini, e la conseguente comparsa di IGM e IGG. Per sapere se siamo malati dobbiamo sottoporci al tampone rinofaringeo, per rilevare l’RNA virale. Per sapere se siamo stati o no malati dobbiamo invece fare il prelievo del sangue alla ricerca di anticorpi IGG e IGM. I primi, per quello che sappiamo fino a oggi, sono le immunoglobuline che si formano quando si prende la malattia o si fa il vaccino, qualora esista. Gli IGM, invece, sono quelli di prima risposta al virus. Si possono rilevare nel siero mediante metodi colorimetrici. L’anticorpo IGM, però, ha un difetto: non dà memoria permanente ed è per questo che anche se abbiamo contratto il virus ci possiamo di nuovo ammalare. Fortunatamente, però, ciò non avviene nella maggior parte dei casi. Ora: qualche giorno fa ho letto su Facebook di una persona che si stupiva del fatto che un uomo, dopo aver fatto il tampone, fosse risultato affetto da coronavirus mentre dall’analisi del sangue risultava negativo. Ciò si spiega appunto con la cosiddetta pre-patenza. Da quando si contrae la malattia a quando questa si manifesta passa del tempo: un tempo durante il quale gli anticorpi non sono ancora presenti, ma le particelle virali sono riscontrabili nei tessuti”.

Molti sono scettici e altri forse esageratamente positivi sull’arrivo di un vaccino. Lei cosa ne pensa? “Per i coronavirus degli animali non esiste un vaccino. Vero è che creare vaccini costa e che quindi, tendenzialmente, non si studia tanto per crearne per gli animali. Anche se le cose non stanno così nel mondo della medicina umana, non è detto però che si troverà un vaccino per il COVID-19. Per l’HIV non si è ancora trovato per esempio. Per quanto riguarda invece una cura, mi pare che i farmaci usati fino a questo momento, pur risultando plausibili, funzionano in alcuni casi e in altri no. Alcuni mi sembrano migliori candidati rispetto ad altri, seguendo quel “famoso” modello animale. Alcuni, come per esempio le clorochine, potrebbero avere effetti collaterali molto gravi. Il gioco vale la candela? Lo scopriremo solo vivendo”.

Molti ritengono che con l’arrivo della bella stagione le cose si sistemeranno. Cosa ne pensa di questa riapertura della Fase 2 e soprattutto: il caldo è davvero nemico del COVID-19? “Il caldo non lo aiuta, ma attenzione: se c’è, come c’è, molto virus in giro, magari nei giovani asintomatici, il COVID-19 resiste eccome e può creare contagi anche il 15 agosto con temperature di 40 gradi. Vi sono dunque delle condizioni ambientali che ne favoriscono la morte o la sopravvivenza. Non credo, comunque, nell’abbinamento polveri sottili-coronavirus, nel senso che il coronavirus non vive nelle polveri sottili. È vero che c’è stato maggiore contagio in zone più inquinate, ma ciò è accaduto a causa dell’elevata densità di popolazione. Il ruolo peggiore, però, riagganciandoci a quanto detto prima a proposito dei medici generici, lo ha giocato il sistema sanitario: una sanità in cui tutto è iper specialistico e dove praticamente non esiste il medico di base, genera l’impossibilità di un veritiero monitoraggio. Per quanto riguarda la riapertura della Fase 2, fermo restando la necessità economica di tornare alla “normalità”, secondo me per alcune zone è ancora presto. Ci sono lampanti esempi di colonie di gatti svuotate e poi rimesse in piedi troppo presto e dove il coronavirus si è ripresentato. La sanificazione basta per i luoghi, ma non per i soggetti infettati ai quali bisogna dare il giusto tempo per guarire. Ci sono state persone che hanno impiegato anche due mesi prima risultare guarite dal COVID-19. Qui a Messina abbiamo il caso a tutti noto di una casa di riposo che, riaperta troppo presto, si è ritrovata con i dipendenti di nuovo malati. L’esperienza parla chiaro”.

Dottore, spiaggia sì o spiaggia no in quest’estate 2020? E ancora, è pensabile prendere un aereo? “Vorrei citare un detto: “il momento più pericoloso di quando si cavalca la tigre è quando si scende dalla tigre” e lo cito, qui, in due diverse direzioni. La prima riguarda questo ritorno alla “normalità” forse un po’ pericoloso non solo per i tempi, ma anche perché alcune persone tendono a lasciarsi andare e a non mantenere l’attenzione sulle precauzioni. Per intenderci: finché sono a cavallo della tigre, periodo di quarantena, sono vigile e attento. Quando scendo, fase di riapertura, posso rilassarmi. Niente di più sbagliato. La spiaggia, se manteniamo le distanze, non è particolarmente pericolosa, mentre un aereo lo è eccome perché non ci sono sistemi di ricambio d’aria. Non andrei in spiaggia con la mascherina e non la userei se sto facendo sport, ma la terrei sempre e comunque in luoghi chiusi o anche all’aperto ove vi fosse pericolo di assembramenti. I guanti, invece, li eviterei se non se ne sa fare davvero buon uso: vanno bene fuori casa se non si è nella possibilità di lavarsi le mani, ma vanno cambiati o igienizzati dopo un po’. Meglio, invece, lavarsi spesso le mani e usare gel disinfettanti e per le nostre case Lysoform, amuchina e candeggina sono i nostri alleati. La seconda direzione in cui ho citato il proverbio riguarda invece il momento del rientro a casa. Quando torniamo nelle nostre abitazioni, soprattutto dopo 8 ore di lavoro, siamo stanchi e possiamo distrarci nel compiere il rito della “svestizione”. Ricordiamoci sempre che ciò che è sporco non deve entrare in contatto con ciò che è pulito e viceversa. Quindi, soprattutto in questi momenti, non dobbiamo assolutamente abbassare la guardia”.