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#Libri. L’archeologia navale aiuta a far luce sulla presa di Troia

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L’inganno del cavallo di Troia rappresenta l’espediente risolutore dell’annosa guerra tra Greci e Troiani, combattuta nella tarda età del bronzo probabilmente da una coalizione di Micenei contro popoli anatolici per il controllo strategico-commerciale dell’area. La vicenda racconta un passato eroico in cui storia e invenzione sono talmente frammiste che neppure le ricerche archeologiche iniziate da Schliemann nel 1868 e riprese nel 1988 da Korfmann sono riuscite a delinearne un quadro chiaro ed esaustivo. Risulta tuttavia inconfutabile che la città  di Troia ebbe un’importanza commerciale notevole e fu coinvolta strettamente nella politica anatolica. Proprio dalla volontà di ricercare nei fatti e nelle cose la verità nascosta nasce il saggio di Francesco Tiboni, appassionato archeologo navale, La presa di Troia. Un inganno venuto dal mare (Edizioni di storia e studi sociali, Ragusa 2017 pagg. 137).

La domanda che egli si pone e a cui cerca di dare chiara risposta, consiste nel chiedersi se effettivamente nell’epica si possano ritrovare le coordinate religiose e culturali del popolo greco. Il saggio sviluppa questo itinerario: dalla verosimiglianza alla dimensione metafisica e trascendente, da una nave con protome animale a un equus di legno, da Omero a Virgilio. Per dare maggior carisma alla Roma imperiale riprendendo i poeti epici post- omerici, nel I secolo d. C. il poeta latino introduce l’immagine del cavallo come macchina da guerra destinata a dare ai Greci un ruolo egemone, per poi trascorrere in mano romana.

Il passaggio linguistico da hippos a equus consiste nel trasformare gli hippoi di mare di cui parla Penelope nell’Odissea, navi composte da dourata (tavole di legno) nell’equuus ligneus di cui scrive Virgilio. Un termine specialistico in ambito navale che fa riferimento a delle imbarcazioni da guerra e vuole sottolineare la sfida navale con cui si concluse la guerra di Troia. Pausania, (II secolo d. C.) si mostra scettico riguardo alla tradizione del cavallo e Giovanni Lido (VI secolo d. C.) riferisce un fatto storico avvenuto nell’età del bronzo: la presa di una città portuale mediante un assalto di uomini sbarcati da una nave da guerra camuffata da mercantile.

Anche nell’uso sacrale si utilizzavano dei prototipi a forma di nave con ruote e protome equina. Testimonianze di tali esemplari, soprattutto di provenienza fenicia, si rinvengono nelle immagini dipinte sul vasellame. Il fraintendimento virgiliano si può spiegare con lo scarto dei tempi. Nel mondo greco esisteva il corpo a corpo, l’affrontarsi in combattimenti leali. L’equus ligneus virgiliano, invece, corrisponde a una società più infida che si serve di ogni possibile accorgimento per raggiungere il potere. Come, appunto, assalire di notte un popolo inerme con una macchina di morte.