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La malattia cronica della Sicilia: il sistema sanitario regionale

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I genitori della Nicole
I genitori della piccola Nicole, simbolo della malasanità siciliana

Le drammatiche vicende dei giorni scorsi (con la tragica morte della piccola Nicole, la bimba di Catania vissuta appena tre ore) hanno riportato al centro dell’attenzione, non solo dei siciliani, il problema storico del sistema sanitario regionale.

Secondo  l’Istituto di Ricerca su Economia e Società in Sicilia della Fondazione RES, la Sicilia “oltre ad essere una delle ultime Regioni in Italia per livello di performance, si caratterizza per il fatto che le distanze fra la performance del proprio SSR e quelle delle Regioni del Centro-Nord non stanno in genere diminuendo, ma anzi spesso aumentando” (vedi http://www.resricerche.it/index.php?option=com_content&view=article&id=43:il-sistema-sanitario-siciliano-in-trasformazione&catid=8:ricerche-in-corso ).

Le analisi dell’Istituto di ricerca hanno trovato una recente conferma nelle statistiche dell’ultimo Rapporto ISTAT Noi Italia – 2015 (vedi http://noi-italia2015.istat.it/).

I dati riportati dall’Istituto Nazionale di Statistica ci dicono che la Sicilia si colloca agli ultimi posti tra le regioni italiane per la spesa sanitaria pro capite e il numero di posti letto per abitanti. L’Isola, purtroppo, è invece ai primi posti della classifica nazionale per la mortalità infantile e per i decessi dovuti a malattie del sistema cardio-circolatorio. La speranza di vita dei siciliani, infine, è più bassa di quella della media degli italiani, anche se non si discosta di molto dai dati registrati nelle altre regioni dello Stivale.

Il quadro che emerge, quindi, è preoccupante. Nessuno vuole ignorare il lavoro e l’impegno dei tanti dirigenti, medici, para-medici, e lavoratori della sanità che tirano ogni giorno la carretta, nonostante tutto. Però, non possiamo ignorare che il nostro sistema sanitario è afflitto da tanti problemi. Che, beninteso, non sono un’esclusiva della Sicilia, visto il quadro complessivo che soprattutto nel Centro-Sud, Roma compresa, appare decisamente sconfortante.

I problemi non derivano solo dalla cattiva organizzazione e gestione dei servizi. In passato la sanità è stata utilizzata come serbatoio di voti e fonte di finanziamento occulto per la politica. Inoltre il sistema sanitario, non solo in Sicilia, è stato ripetutamente oggetto di attenzioni particolari da parte della criminalità organizzata e di gruppi di pressione, più o meno occulti. Quindi anche per la sanità, come per gli altri comparti della Pubblica Amministrazione, la questione morale è centrale.

C’è poi la questione dell’assetto complessivo del servizio sanitario in Italia. Il federalismo sanitario ha causato un aumento della spesa e un aggravarsi del divario, in termini di qualità dell’assistenza, tra Nord e Sud. Un servizio sanitario ideale dovrebbe assicurare eguali servizi a tutti, da Bolzano a Canicattì. Questo si può ottenere solo con la libera circolazione delle migliori competenze e delle buone pratiche organizzative, gestionali, mediche e assistenziali.

In Italia, al contrario, abbiamo creato dei piccoli regni semi-autonomi e disegnato dei confini artificiosi. E le regioni più povere, che hanno anche un sistema sanitario meno efficiente, hanno visto nel tempo crescere le differenze con le regioni più ricche, che sono anche quelle che in generale offrono servizi migliori ai propri cittadini. Questi confini, inoltre, rendono difficile la vita ai cittadini che per motivi personali o di lavoro devono trasferirsi, temporaneamente, da una regione e l’altra e sono costretti ad affrontare mille difficoltà per ricevere assistenza al di fuori della regione di residenza.

E questo, quando invece si sarebbe potuto ottenere un buon livello di autonomia e decentramento senza spezzettare il Sistema Sanitario Nazionale, mantenendo l’unitarietà di azione ed evitando il moltiplicarsi dei centri decisionali e di costo e la creazione di compartimenti stagni.

Vi è poi una questione più generale, legata alle scelte politiche nazionali: la tendenza a ridurre i posto letto e a delegare la lungodegenza a strutture private e no-profit. La tendenza all’esternalizzazione è rilevante anche nel settore dell’assistenza alla disabilità, che per di più è afflitta da cronici tagli di finanziamenti. Questo processo mette il sistema pubblico in una posizione di ambivalenza. Da un lato è chiamato a erogare i fondi necessari per l’assistenza anche ai privati alle strutture no profit convenzionate.

Dall’altro, però, delegando interi pezzi del sistema sanitario all’esterno, rischia di perdere progressivamente il know how necessario per pianificare, coordinare e controllare l’erogazione dei servizi stessi. Quindi, il sistema sanitario pubblico, depauperato progressivamente di conoscenze e competenze professionali chiave, rischia di perdere anche la capacità di monitorare e controllare con efficacia l’operato delle strutture convenzionate.

Infine, vi è il tema dell’organizzazione e delle procedure di selezione e avanzamento di carriera. Anche in questo caso, non si tratta solo di un male della Sicilia. Organizzare un sistema complesso come quello sanitario richiederebbe uno sforzo costante, un impegno di miglioramento continuo, un’attenzione a quanto di meglio è fatto in Italia e all’estero.

Invece, prevale un modello di tipo burocratico, più attento alle norme formali che all’orientamento alla qualità del servizio e al risultato. Inoltre, il servizio sanitario, non solo in Sicilia, appare sempre di più spezzettato in tanti servizi e specializzazioni mediche, che non comunicano tra di loro. Mancano una visione unitaria che metta al centro il paziente e non le patologie e un sistema di coordinamento che consenta un’effettiva gestione integrata del processo di assistenza al paziente.

A questo si unisce un sistema di reclutamento e gestione del personale che, per essere eufemistici, non incentiva la competenza e l’impegno sul lavoro. Se devo affrontare un intervento operatorio, poco mi importa sapere se il medico chirurgo è rosso, giallo o verde e appartiene a questa o quella consorteria. Mi interessa solo che sia bravo e abbia una coscienza. La situazione è aggravata dagli effetti nefasti del blocco del turn-over nella Pubblica Amministrazione, che ha acuito la tendenza a precarizzare le professioni mediche e sanitarie.

Ogni giorno la vita e la salute dei cittadini, non solo siciliani, è messa nelle mani di medici e infermieri che lavorano con contratti flessibili. La precarietà e le croniche carenze di organico si traducono in un maggior numero di errori, in una diminuzione della qualità dell’assistenza prestata, in una minore crescita professionale del personale. Un medico che si barcamena tra turni, guardie, sostituzioni e altro, potrà dedicare tempo e risorse economiche all’aggiornamento professionale? Come fa un infermiere ad apprendere la pratica infermieristica, se si arrabatta tra un contratto e l’altro, cambiando reparto ogni tre mesi?

Da non trascurare la dimensione deontologica. Non tutti i medici e gli infermieri possono essere degli emuli del dottor Schwarz, ma l’esercizio delle professioni mediche e paramediche richiede un quid in più, quello che il sociologo tedesco Weber definirebbe beruf, un mix di vocazione e orgoglio professionale che va ben oltre il lavorare per il fatidico 27 del mese.

Lasciamo ben volentieri la ricerca delle soluzioni, ammesso e non concesso che ci sia la volontà politica di trovarle, agli esperti. Ci permettiamo solo di suggerire che i problemi della sanità siciliana non si risolvono semplicemente aumentando il livello di compliance, ovvero di aderenza alle norme, con i protocolli stabiliti dal ministero della Salute.

Per migliorare le cose è necessario investire risorse, tempo e intelligenze, individuando innanzitutto le principali criticità del sistema e situazioni che non si limitino a rispettare gli standard nazionali, ma abbiano l’ambizione di trovare delle soluzioni innovative, partendo innanzitutto dalla valorizzazione delle eccellenze, che pure abbiamo nella nostra Regione e, the last but not the least, delle intelligenze.

Fabrizio Maimone

Messinese ca scoccia e romano di adozione. Ricercatore (molto) precario, collabora a progetti di ricerca su temi al confine tra sociologia, management e organizzazione, in Italia e all’estero. Insegna organizzazione aziendale all’università ed è docente di management e comunicazione. È formatore e consulente di direzione per le migliori e le peggiori aziende, italiane e multinazionali. La sua passione per la comunicazione (non solo) digitale è seconda solo a quella per la tavola, le buone letture e i viaggi.