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La Festa della Liberazione, la lotta partigiana e l’importanza della memoria

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Partigiane e gappisti a Milano il 25 aprile 1945
Partigiane e gappisti a Milano il 25 aprile 1945

Antonio Brancati aveva 23 anni quando morì per la libertà dell’Italia. Come molti altri siciliani, anche lui dopo l’8 settembre decise di unirsi alle formazioni partigiane per liberare l’Italia dal giogo del nazifascismo, che con la creazione della repubblica di Salò aveva dato vita a una feroce guerra civile. Era uno studente di Ispica, paese del Ragusano, che da allievo ufficiale di fanteria l’1 marzo 1944 scelse la libertà ed entrò a far parte del Gruppo di Organizzazione del Comando Militare di Grosseto. Poche settimane dopo fu catturato durante un rastrellamento. Processato da un tribunale composto da nazisti tedeschi e fascisti italiani, fu fucilato con altri dieci compagni. La lettera che invia alla famiglia poco prima di morire è solo una delle centinaia che altri uomini e donne, alcuni giovanissimi, scrissero per lasciare un’ultima testimonianza della loro lotta per la libertà di tutti gli italianiCarissimi genitori, non so se mi sarà possibile potervi rivedere, per la qual cosa vi scrivo questa lettera. Sono stato condannato a morte per non essermi associato a coloro che vogliono distruggere completamente l’Italia. Vi giuro di non aver commessa nessuna colpa se non quella di aver voluto più bene di costoro all’Italia, nostra amabile e martoriata Patria. Voi potete dire questo sempre a voce alta dinanzi a tutti.       

Antonio Brancati
Antonio Brancati
La lettera di Antonio Brancati
La lettera di Antonio Brancati alla famiglia

 

Se muoio, muoio innocente. Vi prego di perdonarmi se qualche volta vi ho fatto arrabbiare, vi ho disobbedito, ero allora un ragazzo.                                

Solo pregate per me il buon Dio. Non prendetevi parecchi pensieri. Fate del bene ai poveri per la salvezza della mia povera anima.

Vi ringrazio per quanto avete fatto per me e per la mia educazione. Speriamo che Iddio vi dia giusta ricompensa.

Baciate per me tutti i fratelli: Felice, Costantino, Luigi, Vincenzo e Alberto e la mia cara fidanzata. Non affliggetevi e fatevi coraggio, ci sarà chi mi vendicherà. Ricompensate e ricordatevi finché vivrete di quei signori Matteini per il bene che mi hanno fatto, per l’amore di madre che hanno avuto nei miei riguardi. Io vi ho sempre pensato in tutti i momenti della giornata.

Dispiacente tanto se non ci rivedremo su questa terra; ma ci rivedremo lassù, in un luogo più bello, più giusto e più santo. Ricordatevi sempre di me. Un forte bacione, Antonio.

PS  Sappiate che il vostro Antonio penserà sempre a voi anche dopo morto e che vi guarderà dal cielo”.

Parole strazianti, quelle di Antonio Brancati. Divise tra gli orrori di una guerra  fratricida e le piccole banalità del quotidiano. Parole da non dimenticare perché la nostra Repubblica (vilipesa, ferita, violentata da decenni in maniera sistematica da una classe politica indecente e da italiani che hanno dimenticato quanto sia costato essere prima un’unica nazione e poi un paese libero) è nata dal suo sacrificio e da quello di migliaia di altri partigiani che come lui non si sono arresi, hanno scelto da che parte stare, hanno lottato e hanno dato la vita per la nostra libertà.

Oggi l’Italia celebra la Festa della Liberazione, data fondamentale quanto il 2 giugno, la Festa della Repubblica.

Commemorare il 25 aprile vuol dire commemorare poche decine di migliaia di patrioti (alla fine della guerra se ne contavano più di 250.000, ma a dicembre del ’44, il periodo più duro erano meno di 50 mila, a marzo del ’45 erano 80.000, per poi arrivare a 130.000 nei giorni dell’insurrezione e il numero registrato alla fine della guerra la dice lunga sul trasformismo tipicamente italiano) che per liberare l’Italia dalla schiavitù nazifascista passarono quasi due anni in montagna combattendo una battaglia durissima, impari, anche a mani nude se necessario, che fu anche (o forse soprattutto) una lotta di classe.

A combattere nazisti e fascisti non furono infatti solo comunisti, socialisti, cattolici, liberali e monarchici, ma anche lavoratori che si armarono contro i padroni che grazie alla dittatura si erano arricchiti sulle pelle del popolo e della piccola borghesia.

Partigiani durante la lotta di liberazione
Partigiani durante la lotta di liberazione

Dall’8 settembre del 1943 al 25 aprile del 1945 si combattè una guerra durissima, senza esclusione di colpi, che registrò sì gravi errori anche tra le formazioni partigiane, ma che oggi ci consente di vivere in un Paese libero e, soprattutto, in una repubblica.

Perché senza l’ostinazione delle formazioni partigiane, per cacciare la monarchia sabauda dall’Italia difficilmente sarebbe stato sufficiente un referendum.

A tutti coloro che grazie al revisionismo, allo sciacallaggio storico e alla falsificazione di fatti, luoghi e date (quando non a una pura e semplice ignoranza) hanno costruito fortune editoriali e non, suggeriamo la lettura bellissima e straziante di tutte le lettere dei condannati a morte per la Resistenza.

Sono solo poche centinaia, ché non tutti hanno avuto la possibilità di scrivere, di spiegare, di confortare. Ma in quelle pagine ci sono tutti i motivi per i quali non possiamo che essere grati a chi è morto per garantire anche la nostra libertà, di tutti noi che siamo nati molti anni dopo il loro sacrificio, e per comprendere appieno il significato di questo giorno.

Elisabetta Raffa

Giornalista professionista dal secolo scorso, si divide equamente tra articoli di economia e politica, la cucina vegana, i propri cani, i libri, la musica, il teatro e le serate con gli amici, non necessariamente in quest’ordine. Allergica ai punti e virgola e all’abuso dei due punti, crede fermamente nel congiuntivo e ripete continuamente che gli unici due ausiliari concessi sono essere e avere. La sua frase preferita è: “Se rinasco voglio essere la moglie dell’ispettore Barnaby”.