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La denuncia di Papa Francesco contro le false cooperative e i mali del terzo settore

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Papa Francesco I
Papa Francesco I

Papa Francesco, nel discorso pronunziato di recente di fronte ai 7 mila soci della Confcooperative, ha lanciato una dura accusa nei confronti delle false cooperative, che dietro la facciata onorabile ricercano il profitto a tutti i costi e perseguono attività illecite.

Invece, secondo il Pontefice, “il denaro a servizio della vita può essere gestito nel modo giusto dalla cooperativa, se però è una cooperativa autentica, vera, dove non comanda il capitale sugli uomini ma gli uomini sul capitale”.

Quindi, sostiene Papa Bergoglio,  è necessario “contrastare e combattere le false cooperative, quelle che prostituiscono il proprio nome di cooperativa, cioè di una realtà assai buona, per ingannare la gente con scopi di lucro contrari a quelli della vera e autentica cooperazione”.

L’accusa di Papa Francesco si riferisce, probabilmente, anche alla squallida vicenda di Roma criminale. Ovvero, al nefasto intreccio di relazioni criminose tra politica, amministrazione pubblica, sottobosco criminale e, per l’appunto, mondo cooperativo, scoperto da una recente indagine giudiziaria. L’inchiesta, ancora in corso, ha rivelato che alcune cooperative sociali facevano parte integrante del sistema di malaffare, corruzione e criminalità diffusa.

Il problema non è circoscritto a Roma e dintorni. E coinvolge il più vasto mondo cooperativo. Eppure, le imprese cooperative hanno svolto un ruolo importante nello sviluppo economico di alcune regioni, come l’Emilia Romagna. E possono rappresentare un modello di altra economia, in grado di combattere gli effetti nefasti della globalizzazione (non solo) finanziaria e contribuire al rafforzamento del sistema di Welfare, in profonda crisi.

Però, quando la ricerca del profitto prevale su ogni altro principio, viene meno il bilanciamento tra sostenibilità economica e missione sociale della cooperativa, che diventa così un mero strumento di arricchimento per pochi alle spalle di molti anche grazie alla precarizzazione del lavoro e alla conseguente riduzione dei costi del personale.

Tanto è vero che le aziende e, purtroppo, anche la Pubblica Amministrazione e gli enti locali, si rivolgono spesso alle cooperative per esternalizzare. Cioè delegare lo svolgimento di processi produttivi e servizi. In alcuni casi, questa prassi può nascondere delle finalità inconfessabili.

Una gestione creativa delle attività in appalto può assicurare all’organizzazione che esternalizza i processi lavorativi il raggiungimento di un triplice obiettivo: ridurre i costi, disporre di un bacino di forza lavoro da impiegare con la massima flessibilità e delegare (almeno in parte) alle cooperative stesse le responsabilità connesse all’eventuale violazione di norme e procedure di legge compiuta nel corso delle attività appaltate.

Questi  problemi non riguardano solo le cooperative. Il terzo settore, a causa della crisi del sistema pubblico di Welfare, è chiamato sempre di più a svolgere una funzione sussidiaria nei confronti dello Stato e degli enti locali. La crescita del ruolo pubblico e del giro di affari del no profit fa aumentare il rischio di commistioni e deviazioni.

Inoltre, le complicate vicende del sistema di Welfare nel nostro Paese hanno favorito la nascita di imprese ibride, formalmente organizzazioni no-profit, ma di fatto di proprietà di una o più famiglie che detengono il controllo reale dell’ente.

Anche in questo caso, vi è il rischio che l’interesse privato prevalga sui fini sociali. Il rischio cresce se il controllo pubblico è carente o, come è accaduto troppo spesso in passato, addomesticato

La prostituzione del no-profit è resa ancora più odiosa dal fatto che le vittime di queste degenerazioni sono le fasce più deboli della popolazione: i bambini, gli anziani, gli immigrati, le tante marginalità presenti in Italia e anche nella nostra Regione.

Non dobbiamo, però, criminalizzare il terzo settore. La corruzione e la collusione sono purtroppo equamente diffusi in tutti i settori. Nel pubblico, come nel privato e nel terzo settore. Anzi, è giusto sottolineare che le cooperative e, più in generale, le organizzazioni no profit, possono svolgere un ruolo chiave per lo sviluppo economico (e non solo) della Sicilia.

Ad esempio, la creazione di start up sociali può favorire l’innovazione nel settore dei servizi alla persona, della sanità, del Welfare, della cultura, della formazione e dell’educazione, con una ricaduta importante anche sul PIL della nostra regione oltre che sulla qualità della vita.

Per questo, è necessario garantire l’integrità delle imprese cooperative e, più in generale, delle organizzazioni del terzo settore. E punire chi finge di perseguire un fine solidale, solo per fare i propri interessi.

Il rispetto della persona, che sta alla base di qualunque iniziativa sociale, deve iniziare dalla tutela della dignità di chi lavora per le cooperative e per le organizzazioni no-profit.

Fabrizio Maimone

Messinese ca scoccia e romano di adozione. Ricercatore (molto) precario, collabora a progetti di ricerca su temi al confine tra sociologia, management e organizzazione, in Italia e all’estero. Insegna organizzazione aziendale all’università ed è docente di management e comunicazione. È formatore e consulente di direzione per le migliori e le peggiori aziende, italiane e multinazionali. La sua passione per la comunicazione (non solo) digitale è seconda solo a quella per la tavola, le buone letture e i viaggi.