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Il palazzo maledetto di via Garibaldi

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Da una casa maledetta all’altra. Dopo aver parlato degli inquietanti avvenimenti che “animerebbero” l’abitazione del viale Annunziata, passiamo ad un edificio di una centralissima arteria cittadina che avrebbe ereditato fenomeni paranormali dalla vecchia costruzione che un tempo ne occupava il sito. Pare che la palazzina di viale Garibaldi 258, situata all’incrocio tra il trafficato corso e la via Trapani, abbia traumatizzato alcune famiglie, costringendole ad abbandonarne le abitazioni, anche dopo la sua “rinascita”.

L’edificio in questione, infatti, è stato edificato negli anni ’70 sul luogo precedentemente occupato da un splendido palazzo post-terremoto che avrebbe tramandato al “nuovo arrivato” le sue manifestazioni. Siamo riusciti ad avere la testimonianza del signor Giovanni, 51 anni, che abitò in una casa della vecchia palazzina per circa due anni tra il ’64 e il ’66, quando era ancora un bambino.

“Quando i miei acquistarono la casa -racconta il signor Giovanni- ero ancora un bambino, avevo compiuto 5 anni da poco, ma ricordo con angoscia tutto ciò che subii in due anni di permanenza. Era come se qualcuno o qualcosa non volesse che abitassi in quella casa, in quanto fui l’unico in famiglia a vivere queste esperienze. Gli episodi si ripetevano praticamente ogni giorno ed alla fine i miei genitori furono costretti a cambiare appartamento, visto che avevo smesso di mangiare e dormire.

Ricordo perfettamente che una volta arrivato a letto, vedevo formarsi dei cerchi di luce sul muro, e queste strane luminescenze ruotavano per qualche minuto sul bianco della parete. Immediatamente dopo, vedevo dei grossi insetti, lunghi almeno mezzo metro, camminare sul pavimento della mia stanza. Spesso mi si avvicinavano, come se volessero aggredirmi. Ovviamente, ad ogni apparizione urlavo come un forsennato, ma all’arrivo dei miei genitori o di mio fratello maggiore queste assurde presenze si dissolvevano senza lasciare traccia. Poi, dopo il primo anno, cominciai a notare delle ombre che si muovevano per casa e niente cancellerà dalla mia mente l’angoscia e il terrore che si impadronivano di me. Spesso invece, cadevo in una sorta di tranche era come se mi bloccassi. E poteva capitarmi in qualunque momento, a prescindere da cosa facessi. Non ricordo niente di quei momenti, a parte gli schiaffoni che i miei mi davano per farmi riprendere da quello stranissimo stato di catalessi in cui piombavo.

Mi raccontarono poi che mi vedevano fissare il nulla con gli occhi vuoti e la bocca semi spalancata. A nulla serviva chiamarmi o scuotermi, l’unica soluzione erano i ceffoni. Dopo due anni di sofferenza i miei genitori decisero di andare via e da quel giorno non ho avuto più alcuna esperienza di questo tipo. Ricominciai a vivere spensieratamente, come un normale bambino di appena sette anni”.

Dalle voci che circolano tutt’ora nel circondario, sembra che le manifestazioni si presentino ancora, anche se in forma minore, come se il passaggio da un edificio all’altro ne abbia smorzato, ma non cancellato la forza.