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Emergenza coronavirus, i numeri non mentono: ecco perché il “modello Italia” è un pericoloso fallimento

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Mentre in Spagna si fa mea culpa e si indaga sugli amministratori che hanno tenuto aperto il Paese nonostante l’emergenza coronavirus, in Italia si invita all’unità nazionale mentre si muore, si muore, si muore. Anche in regioni dove il virus non sarebbe arrivato o sarebbe arrivato in misura molto ridotta, se avessimo avuto un Governo capace di emanare regole certe per tempo (non dopo 17 giorni) e di farle rispettare. Oggi La Repubblica riprende uno studio delle curve epidemiche dell’Einaudi Institute for Economic and Finance, che per la Sicilia indica come quota zero per i contagi il 14 aprile. Non abbiamo remore nell’affermare che per quanto riguarda l’Isola, anche se gli stessi autori dello studio specificano che questa data è prevista nello scenario migliore e sotto stringenti ipotesi, non si può accettare neanche la semplice indicazione del 14 aprile, perché ritenere questo giorno come data di zero contagi in Sicilia può portare a conclusioni inaccettabili. Così come è inaccettabile lo studio alla base del DPCM Cura Italia, che prevedeva il picco dei contagi al 18 marzo. Siamo al 31 marzo e il picco è ancora di là da venire. 

Va detto e ribadito, come noi di Sicilians facciamo da oltre un mese, che in un Paese che non ha fatto tamponi a tappeto sulla popolazione il numero dei contagi è almeno 10 volte più alto. E allora, per avere un’idea il più esatta possibile, bisogna contare i morti, il numero dei ricoverati, dei guariti e quello degli accessi al Pronto Soccorso. Tutti i numeri che rapportano questi dati ai contagi in Italia portano a sottodimensionamenti e a errori catastrofici. Catastrofici perché il Governo ha preso e continua a prendere decisioni sulla base delle risultanze delle previsioni. Ma i picchi, come giustamente in questo caso osserva l’Einaudi Institute for Economic and Finance, saranno differenziati per regione. Solo quando in ogni regione il numero giornaliero di incremento dei morti diminuirà per 7 giorni di seguito,vorrà dire che in quel territorio il picco è stato raggiunto 7 giorni prima. Da un’attenta analisi su come il Governo Conte ha gestito l’emergenza coronavirus è evidente che il cosiddetto “modello Italia” è un fallimento e un concentrato di pasticci (vedi il caso del mancato isolamento della Sicilia o il pagamento delle mascherine, come riportato da L’Espresso). L’altissimo  numero di morti (il più alto del mondo), l’assoluta impreparazione dell’esecutivo nazionale che a un mese di distanza dall’epidemia cinese ancora brancolava nel buio, i continui arrivi in Sicilia (nella quale, non dimentichiamolo, i primi tre casi erano turisti di Bergamo, e dove ancora oggi sbarcano non meno di 100 auto al giorno nella sola Messina ma dirette nel resto dell’Isola con una semplice autocertificazione che nessuno saprà mai se sarà verificata una volta giunti a destinazione) sono la prova che la luce in fondo al tunnel è ancora distante.

Giacomo Guglielmo

Siciliano a tutto tondo, cittadino del mondo, ingegnere laureato al Politecnico di Milano, docente, esperto di trasporti e fondi SIE, attualmente in forze al MIUR per il monitoraggio dei fondi UE per la ricerca, pescatore con rizza trimagghi e adesso anche aspirante giornalista. Sostenitore del ponte sullo Stretto, non a caso è stato studente di Giorgio Diana, il suo motto ora e per sempre (o almeno fino a quando non lo costruiranno) è: ponte e libertà.