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Cultura. Tommaso Landolfi e quell’esistenza “vuota d’ogni senso ultimo”

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Tommaso Landolfi
Tommaso Landolfi

Tommaso Landolfi (1908-1979) è considerato dalla critica letteraria uno dei più importanti scrittori italiani del ‘900. La sua riscoperta, sia da parte degli studiosi che dei lettori, è avvenuta solo negli ultimi decenni, con la conseguente ristampa da parte della casa editrice Adelphi di tutti i suoi scritti. Nacque a Pico, allora in provincia di Caserta, figlio di una famiglia aristocratica. In tenera età perse prematuramente la madre, evento che lo segnerà e che sarà presente con diverse sfumature in diversi suoi scritti. Intelligente e dotato di fervida immaginazione, consegue la laurea in letteratura russa con una tesi su Anna Achmatova. Successivamente inizia la sua collaborazione con testate giornalistiche, si accinge alla scrittura delle sue prime opere e diviene fine traduttore della letteratura russa, francese e tedesca. Viaggia per l’Europa non per frequentare i salotti intellettuali borghesi, che per anima ribelle doveva avere sicuramente a noia, bensì per dare libero sfogo alla sua dipendenza al gioco d’azzardo, che sarà tema di riflessione e introspezione nei suoi lavori. Scrisse tre opere in forma diaristica: La biere du piecheur, Rien va e Des mois.

Il Des mois, scritto nel 1967, si presta a una interessante lettura. “Al mondo dico non c’è nulla da fare […] vivere non si può se non simulando, se non fingendosi uno scopo qualsiasi” scrive Landolfi in una delle sue pagine. Basta questa frase per scardinare dall’interno un genere narrativo: se la vita è dissimulazione, il diario, che si presta a essere resoconto di eventi autobiografici, cosa diviene? Qual è il suo scopo? Il Des mois di Landolfi non ha lo scopo di resocontare e di descrivere, ma è agente di scandaglio interiore, contenitore di frammenti del pensiero che si muovono in un groviglio di pensamenti e ripensamenti, delucidazioni e dubbi, cuciti da un linguaggio colto e lucido, che nella sua razionalità rivela tuttavia, come vedremo, tutta la sua problematicità.

Landolfi parla dei suoi due piccoli figli, ne rivela le loro attitudini al gioco e alla comunicazione, ma non può fare a meno di constatare una propria inadeguatezza di padre: “Non posso loro trasmettere certezze […] la vita ognuno deve cercare di fingersela da sé”.  Osservando un felino egli scrive: “Il gatto è forse il solo animale che conosca la noia umana, ossia di tipo umano; noia vera e non pretesa, da votezza e non da esuberanza o almanaccamento, noia sconsolata”.

Per lui l’esistenza sembra vuota d’ogni senso ultimo. La forza di volontà, come ebbe modo di dire Leopardi, sembra non portare a nessuna soddisfazione e addirittura, talvolta alcuni eventi sfuggono dal suo controllo. “Misera sarà detta quell’arte che non attinga generosamente al caso” afferma l’autore. In questo vortice caotico, anche il linguaggio sembra perdere senso. Frasi e parole, secondo Landolfi, dovrebbero essere usati come meri strumenti e non come “sacri arredi”. Lo scrittore si staglia contro la letteratura che “si studia di inventare nuovi e meglio se bizzarri linguaggi […] Che è a parer mio un grosso male” e se la prende con la fotografia e i rotocalchi affermando che” la civiltà visiva ha ucciso, involgarito, democratizzato la natura”, togliendoci il desiderio dell’immaginazione.

Tommaso Landolfi è sempre stato un critico severo della sua società e per questo considerato scomodo. La sua letteratura, come vediamo, è fautrice di una sconsolazione e di una rassegnazione di forte impatto. Ma la vera esperienza nella lettura del Des mois consiste nell’addentrarsi nella savana del linguaggio del suo autore, nella selva dei suoi pensieri, che vivono di contraddizioni e insicurezze, di verità inconsistenti e senza forma. Per questo sembra che rispecchi benissimo la cultura del ‘900: una cultura in cui le certezze ed i valori dell’individuo decadono e il ruolo dell’artista diviene dubbio: “Codesto solo oggi possiamo dirti, / ciò che non siamo, ciò che non vogliamo” scrisse Eugenio Montale nella sua poesia Non chiederci la parola che squadri da ogni lato. E perduti in questo caos, in questo rifiuto di sé e della parola, Landolfi scrive in una sua pagina una frase emblematica: “E se si rinunciasse a interpretare, a dare il senso e il succo del racconto, non sarebbe meglio?”.

Alessio Morello

Nato in Sicilia, adesso studente di cinema al DAMS di Roma. Divide le sue giornate fra introversione ed estroversione, vecchi film perduti, nuovi film sperduti, musica e lettura, il tutto rigorosamente mentre strimpella note discordanti alla chitarra. Si crede un esistenzialista con svariati dubbi universali in testa, che talvolta finisce per annegare nella baldoria di qualche pinta di troppo. Un pessimista pessimo. Vorrebbe differenziarsi e sfuggire dalla massa, ma forse è la massa che fugge da lui. Ponderato e istintivo al contempo, quando chiude gli occhi sogna fotogrammi in bianco e nero con un sottofondo rock 'n' roll.