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Coronavirus, perché in Cina hanno avuto 3.241 morti ma in Italia ne conteremo 18.000

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Il grafico riporta l’andamento dei morti di Covid-19 giornaliero in Italia e in Cina. Il tempo zero (giorno 1) per entrambi gli assi è quello dei primi morti per Covid19 dichiarati: 22 gennaio in Cina e 22 febbraio in Italia. Ogni tacca sull’asse orizzontale indica i giorni da quello del primo morto al  90° giorno successivo (+ 3 mesi) a partire da queste date: il 27° giorno di epidemia (17 febbraio per la Cina, 20 marzo per l’Italia) la Cina ha avuto 1.521 morti, l’Italia 4.032. Al 57° giorno (20 marzo per la Cina) i cinesi hanno avuto 3.241 morti, numero che, di fatto, non aumenterà di molto nei mesi successivi. Per l’Italia, invece, prevediamo un’evoluzione fino a 18.000 morti al 57° giorno, fino ad arrivare a zero morti nei mesi successivi. A esclusione del Sud, ovviamente, visto che sul Meridione pesa un ritardo della diffusione dell’epidemia di 15 giorni e il numero dei decessi aumenterà successivamente, ma in misura del 30% in totale rispetto al Nord Italia, grazie al lock down (blocco) dell’8 marzo.

Il 22 febbraio il Governo cinese chiuse Hubei, una regione di 50.000.000 di abitanti e dichiarò il coprifuoco. In Italia, per più di due lunghe settimane si è minimizzato e poi, finalmente, l’8 marzo tutto il Paese è stato dichiarato zona rossa. Nessun elemento ha avuto una influenza così grande sul numero di morti come il ritardo dei governi europei nel tardare il lock down dei propri Paesi.

Ma i numeri non hanno le gambe corte e quello che è successo dal 22 febbraio all’8 di marzo in Italia (come previsto da Sicilians in questo articolo del 4 marzo scorso) e nelle settimane successive in Europa e negli USA sarà ricordato come il peggior caso di gestione e sottovalutazione presuntuosa di un pericoloso virus. Gestione che provocherà centinaia di migliaia di morti in più a causa del ritardo di due settimane dell’imposizione dell’isolamento sociale.

Giacomo Guglielmo

Siciliano a tutto tondo, cittadino del mondo, ingegnere laureato al Politecnico di Milano, docente, esperto di trasporti e fondi SIE, attualmente in forze al MIUR per il monitoraggio dei fondi UE per la ricerca, pescatore con rizza trimagghi e adesso anche aspirante giornalista. Sostenitore del ponte sullo Stretto, non a caso è stato studente di Giorgio Diana, il suo motto ora e per sempre (o almeno fino a quando non lo costruiranno) è: ponte e libertà.