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Coronavirus, l’odissea di una coppia di Patti abbandonata da ASP e istituzioni per 23 lunghissimi giorni

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MESSINA. Ventitrè lunghi, lunghissimi giorni prima di sapere che il tampone per individuare il coronavirus era negativo. Ventitrè lunghissimi giorni di quarantena, senza sapere cosa aspettarsi, soli e abbandonati da tutti. È la storia del barcellonese Nunzio Lombardo e di sua moglie Daria Laurà, sposati da pochi mesi, che vivono a Patti. “A fine febbraio mio marito prende una leggera influenza, due giorni di febbre, tosse, curata con antibiotico -racconta la signora Laurà. Il 9 marzo rientra a lavoro (Eurospin di Milazzo). La sera stessa, risale la febbre a 40, tosse forte e l’indomani inizio io a stare male (leggero fastidio alla gola, tosse strana che non scarica e nel pomeriggio febbre alta, non avevo influenza da circa 15 anni). Mercoledì 11, dopo la seconda nottata insonne a causa della forte tosse di mio marito, chiamiamo il numero preposto 1500, ci fanno il triage telefonico e ci dicono che dalla raccolta dei dati e dal momento che non siamo stati al nord né a contatto con gente forestiera, era escluso il virus e che saremmo stati segnalati all’ASP, cosicché i medici di base di entrambi avrebbero potuto seguirci”.

 

Tutto a posto? Ovviamente no, perché sempre l’11 marzo, a causa del forte mal di testa, della febbre e del dolore alle gambe, Daria Laurà perde conoscenza e cade a terra. “Mio marito chiama il 112, che lo mette in contatto con il 118, che chiede il motivo della richiesta e se avevamo sintomi influenzali -ricorda. Dopo un primo tentennamento, si decidono a mandare l’ambulanza da un paese vicino perché quella del nostro paese era priva dei dispositivi di protezione. Dopo mezz’ora sul pavimento, semincosciente, richiamano dal 118 per dire che non avrebbero mandato alcuna ambulanza e che il medico di base avrebbe dovuto darci indicazioni.

 

Morale della favola: ci era negato di andare in ospedale e di essere trasportati da un’ambulanza. Il medico di base non è venuto a casa, ci ha prescritto delle flebo che nessuno è venuto a fare. Con tachipirina, cortisone, e antibiotico lentamente i sintomi sono scomparsi e dopo circa 10 giorni siamo stati meglio. Mio marito, lavorando in un supermercato, si è informato sul da farsi per poter ritornare a lavoro. Il medico, che fino ad allora aveva sottovalutato la situazione, si attiva con la richiesta di tampone perché non si prende la responsabilità di dichiarare che non aveva contratto il virus”.

 

Il 31 marzo Nunzio Lombardo finalmente riesce a farsi fare il il tampone nel piazzale dell’ospedale di Barcellona Pozzo di Gotto: deve rientrare a lavoro dopo 2 mesi di malattia e per 23 giorni nessuno gli dice nulla. “In questo arco di tempo abbiamo chiamato ospedale, medico, sindaco: nessuno ci diceva niente, lui ancora in quarantena -spiega la signora Laurà. È una vera e propria vergogna. A volte ci si dimentica che ci sono persone. Va bene i tempi burocratici -conclude- e la precedenza ai sanitari, ma non sapere nulla per 23 giorni è assurdo. A parte il rischio, anche quello lavorativo, dopo due mesi di malattia”.

Nunzio Lombardo

Elisabetta Raffa

Giornalista professionista dal secolo scorso, si divide equamente tra articoli di economia e politica, la cucina vegana, i propri cani, i libri, la musica, il teatro e le serate con gli amici, non necessariamente in quest’ordine. Allergica ai punti e virgola e all’abuso dei due punti, crede fermamente nel congiuntivo e ripete continuamente che gli unici due ausiliari concessi sono essere e avere. La sua frase preferita è: “Se rinasco voglio essere la moglie dell’ispettore Barnaby”.