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Attacchi sui social network, Grioli mette i puntini sulle “i”

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Peppe Grioli e Felice Calabrò

Le accuse più o meno velate, più o meno esplicite di essere l’artefice della mancata elezione del candidato sindaco del centrosinistra Felice Calabrò non gli vanno proprio giù.

E così Peppe Grioli, ex segretario del PD di Messina e secondo arrivato nella corsa alle primarie, decide di fare chiarezza. E lo fa scrivendo laddove gli sono stati mossi gli attacchi più duri: su facebook.

“Visto che continuano le miopi delazioni -scrive Grioli-  pubblico la sintesi del mio intervento all’assemblea provinciale. Non ho niente da cui difendermi. Chi dice queste cose, vuole nascondere la perdita di credibilità di una coalizione che ha perso al ballottaggio ed i ricorsi sono un errore politico enorme, perché andavano annunciati il giorno dopo il primo turno.

Oggi chi li propone fa un danno incalcolabile a Calabrò e al PD. Legittimo, ma politicamente un errore. Ecco il testo del mio intervento: “Abbiamo perso ed io sono tra coloro che, quando si perde, condividono la sconfitta. Però permettetemi una riflessione autocritica. Ho privilegiato il dialogo sempre, anche quando i segnali che arrivavano dimostravano che i deputati della coalizione volevano imporre dall’alto le scelte e, forse, questo è stato un limite. Non ci si è resi conto, infatti, che bisognava lasciare i gruppi dirigenti autonomi nella costruzione della coalizione, del programma e nello svolgimento delle primarie.

Abbiamo detto in tutte le sedi che i forum per il programma, la definizione dell’alleanza e le stesse primarie dovevano dare lo slancio ad un PD che si doveva presentare aperto, libero nelle scelte della sua classe dirigente ed in forte discontinuità. Invece ricordo i continui rinvii delle primarie, i nomi dei presidenti degli Ordini professionali lanciati sui giornali, insieme a quelli di tante altre “personalità” che meritavano altro trattamento.

Infine la busta chiusa del Megafono ed il tira e molla di Crocetta. Abbiamo avvertito un disagio forte. I forum, le battaglie sul territorio, la conferenza programmatica, la partecipazione, dovevano lasciare spazio a chi doveva prendere le decisioni. Il gioco è finito, adesso si fa sul serio. Il rinnovamento ed il cambiamento non possono essere un’operazione di immagine, ma di sostanza.

Tutto questo ha penalizzato Felice Calabrò ed avrebbe penalizzato chiunque si fosse trovato al suo posto. L’autocritica parte da qui: dovevamo alzare i toni, dovevamo riuscire ad imporre la costruzione dal basso delle scelte, contrapponendolo al tavolo dei maggiorenti. Qualche segnale lo abbiamo dato, ma dovevamo essere piu’ forti ed incisivi.

Invece abbiamo avuto una coalizione che si è dimostrata un cartello elettorale e non un progetto di sviluppo e di ricostruzione dalle macerie ereditate dal centrodestra. Non c’è stato alcun filtro all’ingresso di esponenti del centrodestra nelle nostre liste e il messaggio era molto lontano dall’idea iniziale che avevamo lanciato con le nostre iniziative.

Siamo apparsi come la continuità del sistema e non come l’alternativa al sistema che ha messo in ginocchio Messina. La mia amarezza dunque sta tutta nel vedere sfumare un’idea di politica, di città che avevamo costruito con la gente, con i portatori d’interesse, con chi voleva cambiare e non certo, come qualcuno vorrebbe fare intendere, nel non aver vinto le primarie.

Per queste ragioni, dopo le primarie, tanti sostenitori che volevano impegnarsi in lista al Comune volevano andare via e non cimentarsi più nella nostra coalizione. Quindi, pur con tante remore, abbiamo pensato che l’unico modo per contribuire alla candidatura di Calabrò sarebbe stata la lista d’impegno civile con un forte richiamo ad uno spirito autentico di centrosinistra, per correggere gli errori che si stavano commettendo.

Alle provocazioni rispondo che posso camminare a testa alta e guardare tutti negli occhi, sia dentro l’Assemblea che fuori, nella città. Sfido chiunque a dire che noi non siamo stati leali. Chi parla di tradimento, dimostra di avere un’idea della politica, dei cittadini e della libertà del voto molto distante dalla mia. I cittadini non sono pecore che aspettano indicazioni su come votare.

Almeno io non ho mai avuto né questa convinzione né questo potere. Pertanto, anche analiticamente, chi parte dai 59 voti che sono mancati a Felice per vincere al primo turno, dovrebbe pensare ai 40 mila che sono mancati rispetto ai voti delle liste e ,aggiungo, senza la lista “La Farfalla”, forse ne sarebbero mancati molti di più di 59.

Il voto disgiunto e il voto dato solo alla lista sono stati un fenomeno diffuso e comune a tutte le liste. Ora bisogna guardare avanti e ricostruire un partito che sia capace di liberare le sue migliori risorse ed assicurare progettualità e passione ad una città alla quale servono solide certezze e slanci di generosità senza misura. Bisogna recuperare l’autentica missione di una politica che sia al servizio di un ideale di giustizia, equità e solidarietà.

Bisogna unire le forze, a partire da quelle giovani, per lanciare la sfida al cambiamento della politica, ad un virtuoso rapporto tra eletti ed elettori, ad un nuovo patto fra la città che produce e quella che sogna e vuole realizzarsi.

Il PD è in crisi anche in Italia ed è ingabbiato in un Governo delle larghe intese che sta logorando la capacità riformatrice della nostra classe dirigente. Serve un rinnovamento, partendo da una forte autocritica da parte anche di noi giovani, parlo prima di tutto di me: avrei dovuto avere più coraggio e rompere gli schemi e, con me, forse anche altri”.

Francesca Duca

Ventinovenne, aspirante giornalista, docente, speaker radiofonica. Dopo una breve parentesi a Chicago, torna a preferire le acque blu dello Stretto a quelle del lago Michigan. In redazione si è aggiudicata il titolo di "Nostra signora degli ultimi" per interviste e approfondimenti su tematiche sociali che riguardano anziani, immigrati, diritti civili e dell'infanzia.Ultimamente si è cimentata in analisi politiche sulle vicende che animano i corridoi di Palazzo Zanca.