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Youth – la giovinezza

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YouthYouth – la giovinezza

Paese: Italia, Francia, Svizzera, Regno Unito,

Genere: Drammatico

Durata: 118 minuti

Regia: Paolo Sorrentino

Dopo This must be the place e La grande bellezza, Sorrentino continua la sua riflessione sul passare del tempo con un ideale terzo capitolo, forse dato il soggetto, conclusivo sul tema.

Fred (Michael Caine) e Mick (Harvey Keitel) sono due vecchi, vecchissimi amici, che hanno deciso, all’alba degli ottant’anni, di concedersi una vacanza insieme. I due, entrambi artisti, (uno direttore d’orchestra, l’altro regista in piena crisi creativa) si concedono di riflettere su quello che si sono lasciati alle spalle, sul poco tempo che la vita può ancora concedere loro e sulle vite di chi sta loro attorno: figli, collaboratori, anche gli altri clienti dell’albergo svizzero in cui alloggiano.

Mick fra l’altro si affanna per trovare una degna conclusione a quella che ritiene essere la sua più grande sceneggiatura. Fred, dal canto suo, si ritiene in pensione. I suoi giorni da direttore d’orchestra sono finiti.

È ovvio che un film in cui i protagonisti sono due attempati signori che riflettono sulle proprie vite alla ricerca di quello che potrebbe essere stato un senso, una coerenza, un particolare significato, non può che basarsi sulla passività.

Gli stessi protagonisti, che come degli spettatori al cinema rivedono la propria esistenza e la valutano, sono evidentemente degli spettatori essi stessi.

Viene da chiedersi, se gli stessi protagonisti del film sono a loro volta degli spettatori, cosa in effetti si stia guardando e perché: bella domanda. E il bello è che si rimane senza risposta. Sì, perché se la passività riflessiva era risultata accattivante in This must be the place, non significa che sia una formula matematica per il successo.

Forse Sorrentino se lo è scordato, visto che in pratica Youth è un film privo di trama. In più, se i due precedenti film del regista avevano dalla loro dei protagonisti atipici e accattivanti come Cheyenne e Jep Gambardella, qui abbiamo due attempati signori con tanto niente da fare. Evidentemente nessuno ha avvertito Sorrentino che uno spettacolo del genere può vederlo quando vuole andando alle terme.

Niente da dire tecnicamente. La perizia del regista partenopeo è manifesta, ma una bella forma senza sostanza annoia. Nella stesura di una sceneggiatura c’è un solo comandamento da rispettare: non esiste una sceneggiatura senza storia e non esiste storia senza personaggi. E qui, triste dirlo, mancano sia la prima che i secondi.

Tutto il resto sono ottimi dialoghi, eccellente regia e ottimi attori per carità, ma che senza il cardine di una storia e di protagonisti ben caratterizzati rimane uno sterile tecnicismo. Consigliato ai produttori cinematografici con un consiglio: fuggite da opere del genere come la peste.

Paolo Failla

Sano di mente nonostante un'infanzia con classici Disney e cartoni animati giapponesi, il battesimo del fuoco arriva con i film di Bud Spencer e Terence Hill, le cui opere sono tutt'ora alla base della sua visione sull'ordine del cosmo. Durante l'adolescenza conosce le opere di Coppola, i due Scott, Scorsese, Cameron, Zemeckis, De Palma, Fellini, Monicelli, Avati, Steno e altri ancora. Su tutti Lucas e Spielberg . Si vocifera che sia in grado di parlare di qualsiasi argomento esprimendosi solo con citazioni varie. Ha conosciuto le vie della Forza con una maratona di Star Wars di oltre 13 ore.

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