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Libri. “Liberandisdòmini” di Pantaleone Sergi, tra magia e lotta di classe in un Sud che non c’è più

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“Liberandisdòmini”(Cosenza 2017, Pellegrini Editore pgg. 286) di Pantaleone Sergi si presenta come un romanzo storico che ripercorre in modo puntuale le vicende di Mambrici,un piccolo paese della Seconda Calabria Ulteriore, diocesi di Brancadi, nei primi anni del ‘900. In realtà il lettore si trova di fronte a un’opera poliedrica, versatile, epica, in cui le vicende portano alla luce, da un lato, un tentativo di osmosi tra la cultura contadina e l’arrivismo del nuovo ceto borghese emergente e dall’altro l’occhiuta predominanza di nobiltà e clero, spesso collusi con poteri occulti. Le tensioni che muovono la vicenda sono forti perché il microcosmo di Mambrici è scosso dalla modernità, dalle forze di un cambiamento epocale, inteso larvatamente anche dai più derelitti che sono ignoranti delle cose del mondo. Il romanzo è corale, ma il punto di vista è quello di Federico, giovane socialista che vuole cambiare il mondo, nipote di Don Florindo, conte di Villaforesta, duca di Lumignano, sindaco cavaliere e ingegnere. Rientrato in paese dopo esperienze di studio, d’impegno politico e d’emigrazione in Sud America, Federico diviene vessillifero delle nuove idee e difensore della povera gente.

Trova un paese immobile nel tempo : i poveri sono nati per soffrire la fame, la misera e subire i soprusi, i potenti (nobili , borghesi e alto clero) sono destinati a godere di privilegi e di benessere. Gli uomini sono detentori di un potere incontrastabile nei confronti delle mogli e dei figli. Le donne sono tutte sottomesse ma, in più, quelle di basso ceto, devono subire soprusi e angherie anche dal maschio padrone. Una volontà di sovvertimento  induce l’ambiente: la maffia, che comincia a subentrare nei gangli vitali della società e a farsi strada. Emblematica è la parabola di Mimì Lupo che per molto tempo gestirà il paese, perpetrando ogni sorta di soprusi, fino a offrirsi da sé nelle mani della giustizia, ormai privato d’ogni consenso. Il punto di vista del narratore è quello dell’osservatore che assorbe dentro di sé il malessere e la pena ma non riesce a celare la profonda pietà verso le classi subalterne e il loro umano patire che emerge attraverso le scelte formali.

Il linguaggio è intessuto di termini dialettali italianizzati, connessi in una struttura sintattica che restituisce la musicalità del  parlato  e la mossa interiorità dei parlanti. Grande rilievo nel romanzo hanno anche il magico e il soprannaturale, come nella vicenda della bambina scimmia o nella figura di Mèla, la sciarasca, nottambula e chiaroveggente. Tuttavia i veri protagonisti del testo sono i cafoni, portatori di valori atavici che nella loro rozzezza sono custodi del tempo e pur, in una vita affogata nei bisogni primordiali, coltivano un’adamantina purezza. La rivolta dei contadini divampata nel 1904 e, soffocata nel sangue, rappresenta il crollo degli ideali e il ritorno allo status quo, ma la natura vendicatrice si ribella e nel 1905 trema la terra per 43 minuti. Signuri liberanti urlano i poveri derelitti e il vecchio mondo crolla in attesa di una rinascita: le case si ammucchiano le une sulle altre e la gente muore, “creando quell’abbandono che avrebbe poi caratterizzato gli altopiani meridionali”. Resta lo scrivere che, come osserva Silone, diviene “la penosa e solitaria continuazione di una lotta”.

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