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C’eraunavoltailcinema. Werner Herzog, “artigiano” visionario e sognatore

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Werner Herzog è uno dei più importanti e riconosciuti cineasti al mondo. Nato nel ’42, iniziò la sua attività registica negli anni ’60 partecipando alla grande ondata del Nuovo cinema tedesco, movimento che propugnava un distacco dalle logiche produttive vigenti ed un innalzamento artistico e morale del cinema. Ha diretto più di 50 pellicole tra fiction e documentari, dando nuova linfa al mezzo cinematografico grazie alla sua poetica visionaria ed unica. È conosciuto per la sua indole temeraria, per le sue avventurose odissee produttive ai limiti del possibile, libero da impostazioni produttive di mercato. Un modo molto utile e curioso per scoprire l’attiva di Herzog regista è la lettura del libro-intervista di Paul Cronin, conosciuto in Italia con il titolo di Incontri alla fine del mondo, edito da minimum fax nel 2014. Qui il regista, attraverso una serie di domande, risponde sul perché della sua attività registica, spiega il suo modus operandi creativo, racconta dei suoi film, dei propri valori e delle proprie aspirazioni registiche. Scopriamo così che già all’età di 15 anni intraprese un viaggio a piedi da Monaco fino all’Albania e che nello stesso periodo ebbe una crisi mistica che lo portò al cattolicesimo, che poi abbandonò. Due costanti che ritorneranno spesso nei suoi film.

Herzog è un regista fisico, intende il mestiere del regista come qualsivoglia altro mestiere artigianale, propugna il contatto reale con la realtà e non la finzione dei teatri di posa. Non crede alle accademie e all’intellettualismo pedante, e nella sua scuola di cinema ideale gli studenti dovrebbero prima di tutto diventare dei buoni atleti, abili camminatori in viaggio, ardenti di passione. L’importante è avere fede in se stessi, in un progetto. Incredibili sono i racconti dei suoi due più famosi film girati nel Rio delle Amazzoni: Aguirre furore di Dio (1972) e Fitzacarraldo (1982). In entrambi i casi il set dovette affrontare numerose difficoltà. Tutto ciò che si vede  è reale, senza il ricorso ad effetti speciali. Herzog sfida la natura selvaggia e in Fitzacarraldo decide anche di sfidare la legge di gravità trainando una intera imbarcazione verso la vetta di una montagna, per mezzo di funi e argani manovrati dagli indios.

La lavorazione al film durò 4 anni. In entrambe le pellicole è presente Klaus Kinski, attore geniale quanto controverso: urlava in continuazione inveendo contro la troupe, durante una scena ferì seriamente un attore e in un momento d’ira sparò con un fucile ferendo alla mano un operatore. Herzog gli dedicherà il film Kinski, il mio nemico più caro (1999). Nei film di questo regista la vita sembra incontrare la finzione, non sembra esserci distinzione tra le due cose. Egli stesso infatti non crea differenze tra fiction e documentario, bensì distingue tra dati di fatto, che egli definisce “la verità dei contabili”, e la “verità poetica, estatica”, che può essere colta solo attraverso “invenzione, immaginazione e stilizzazione”.

I suoi film presentano personaggi ai margini della società, residui di pura umanità in un mondo corrotto, grandi sognatori. Come dimenticare L’enigma di Kaspar Hauser (1974), che racconta la vera storia di un uomo trovato incatenato in un casolare, privato di ogni rapporto con la realtà esterna e poi istruito e inserito in una società benpensante che lo renderà sofferente, oppure il già citato Fitzacarraldo, dove il protagonista decide di aprire un teatro dell’opera in mezzo alla foresta. La natura nei film di Herzog è vista con occhio affascinato, ma con la consapevolezza che essa sia “solo caos, conflitto e morte” come ha modo di dire nel suo Grizzly Man (2005). Eppure i suoi film trasudano di incanto e vita. Forse è questa una delle più importanti lezioni di Werner Herzog: seppure “Madre natura non chiama, non ti parla”, bisogna rispettare questa caotica entropia, come bisogna rispettare la morte. Accettare di non capire, ma imparare a percepire.

Alessio Morello

Nato in Sicilia, adesso studente di cinema al DAMS di Roma. Divide le sue giornate fra introversione ed estroversione, vecchi film perduti, nuovi film sperduti, musica e lettura, il tutto rigorosamente mentre strimpella note discordanti alla chitarra. Si crede un esistenzialista con svariati dubbi universali in testa, che talvolta finisce per annegare nella baldoria di qualche pinta di troppo. Un pessimista pessimo. Vorrebbe differenziarsi e sfuggire dalla massa, ma forse è la massa che fugge da lui. Ponderato e istintivo al contempo, quando chiude gli occhi sogna fotogrammi in bianco e nero con un sottofondo rock 'n' roll.

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