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La bufala del ponte sullo Stretto. Che la Sicilia non può permettersi

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Ponte sullo Stretto (piccola)Esce dalla porta, ricompare dalla finestra? Era tornato alla ribalta il tormentone del ponte nei giorni scorsi. Nell’aggiornamento del Documento di Economia e Finanza era spuntata fuori la somma di oltre un miliardo di euro destinata al ponte sullo Stretto di Messina.

Esattamente 1,3 miliardi per la società omonima. Un’interrogazione parlamentare di Sel aveva sollevato il caso. Abbastanza per  far saltare dalla sedia esponenti politici storicamente contrari e ambientalisti. E via una tempesta di reazioni.

Poi la smentita ufficiale da parte del Ministero delle Infrastrutture. La cifra riportata nella tabella allegata al DEF si riferisce a risorse “revocate e non utilizzate né utilizzabili”. Insomma, una voce interpretata male, una bufala il ritorno sulla scena del ponte. E il caso è rientrato. Sembra.

Sull’argomento mi è venuto in mente un modesto contributo che diedi da giornalista nell’animato dibattito di 2 anni fa. Un intervento richiestomi e pubblicato dalla rivista veneta Galileo fondata dall’ingegnere Enzo Siviero, esperto di ponti, progettati e collaudati in varie parti del mondo, e uno dei maggiori nostalgici del ponte sullo Stretto, con la chicca delle suggestive torri grattacielo.

Tra il serio e il faceto, mi ero divertita a fare l’avvocato del diavolo di entrambi i fronti, favorevoli e detrattori, per dare conto alla gente comune, anzi a mamma Saveria, come scrivevo all’epoca. Lo ripropongo su Sicilians, con il permesso degli ingegneri veneti. Datato, ma pur sempre attuale, se è vero com’è vero che di ponte si parla da più di 100 anni. E le antiche collezioni dei giornali, che ogni tanto mi piace spulciare, lo testimoniano.

Ponte sullo Stretto

Non ho mai avuto molta voglia di esplicitare la mia posizione sul ponte, benché messinese, e quindi, comunque, direttamente interessata. Per due motivi. Primo, perché non mi piace fare la tuttologa e, non avendo competenze e conoscenze adeguate su un argomento così tecnico e complesso, penso che sia meglio tacere, piuttosto che parlare a vanvera.

Secondo, perché di professione ho scelto quella del giornalismo, con una mia visione fin troppo romantica e idealistica. Mi sforzo, ogni giorno, per quanto possibile a un comune mortale, di rimanere al di sopra delle parti e di fare l’avvocato del diavolo con tutti e su tutto, senza condizionamenti di sorta.

Libertà che può permettersi solo chi non è avvezzo a bussare alla porta delle segreterie politiche, ad arrampicarsi sul carro dei vincitori e a collezionare uffici stampa (superfluo dire che, soprattutto in terra sicula, scelte del genere si pagano a caro prezzo). Inoltre, – mi si perdoni l’ampia digressione personale – prediligo il giornalismo di servizio, che non è fatto di editoriali per addetti ai lavori, ma di “pillole” per un target medio di lettori, che possano essere somministrate senza effetti placebo e favole del “Re  nudo”.

Adesso, richiestami e sollecitatami un’opinione sul ponte, peraltro con grande cortesia e gentilezza che mi lusingano, non voglio sottrarmi. Allora,  proverò a spiegare la mia modesta posizione, senza ricorrere ai “massimi sistemi”, che non conosco e non mi appartengono, e spero con onestà intellettuale, rifuggendo da pregiudizi e arroccamenti estremisti, inserendomi in punta di piedi nel dibattito democratico che è fatto di pro e di contro.

Dalla prospettiva del lettore comune, pensando magari a mia madre, messinese doc e insegnante in pensione, cercherò di formulare qualche osservazione e di porre pure interrogativi, non disdegnando risposte concrete da chi sia in grado di darle, con cognizione di causa e autorevolezza, fautore o detrattore del ponte che sia.

A che serve un attraversamento stabile? A unire. Al di là dei progetti logistici dei “corridoi” europei (che brutta parola!), il Ponte unirebbe due terre, due popolazioni, due culture.

Ma, siciliani e calabresi, barzellette a parte sull’atavica rivalità campanilistica, vogliono essere uniti? Continente e Isola sono d’accordo? Polentoni e terroni che dicono? Sono stati mai interpellati gli isolani, ricorrendo, perché no, a un referendum?

Si obietterà: ma neanche per la Tav sono stati interrogati gli abitanti della Val di Susa (anche se, recentemente, l’ipotesi di una consultazione è tornata alla ribalta)!

E però, nell’area dello Stretto, il ponte avrebbe come fruitori soprattutto i suoi abitanti: migliaia di studenti e di lavoratori pendolari che, ogni giorno, si spostano, da una sponda all’altra, su traghetti privati (ormai quasi in regime di monopolio) e pubblici (sempre più “fantasma”). Ebbene, loro lo vorrebbero? O la “sicilitudine” è più forte?

Ma ci sarebbero i turisti! Certo, a frotte – ci si augura. E quanto pagherebbero questi utenti del Ponte, per attraversarlo?

Qualcuno, al di là degli incomprensibili piani finanziari, può aggiornare le vecchie, ormai, previsioni tariffarie? I residenti quanto pagherebbero? Gli attuali  75 euro  (il pedaggio è stato ultimamente ritoccato),  per andata e ritorno con una vettura imbarcata sui traghetti? Di meno o di più?

E andiamo alle dolenti note. L’investimento, pubblico o privato che sia, si deve poter ammortizzare, ovvio. Ma, ancor prima, il soggetto interessato deve trovare le risorse. Il pubblico, per reperirle, mai come in questo periodo, deve fare scelte politiche. Deve stabilire le famose priorità e tirare la coperta da un lato o dall’altro. E allora, ci sarebbero molte valutazioni da fare.

Sarà populismo, ma la mia mamma pensa alle strade colabrodo, alle autostrade e ai viadotti insicuri e spesso chiusi, a seguito di perizie e inchieste giudiziarie. Pensa al binario unico  nella maggior parte della rete ferroviaria dell’Isola. L’elenco è lungo. Un pensiero corre ai morti di Giampilieri e al territorio di quasi tutta la provincia di Messina, da mettere in sicurezza contro il gravissimo rischio idrogeologico. E un altro pensiero ai 15.000 baraccati, retaggio, se non materiale, ma sicuramente culturale, del dopo terremoto del 1908.

Il ponte, anche solo con una minima partecipazione pubblica, distrarrebbe risorse, molte, forse troppe. Ne vale la pena? Vogliamo parlare del fatto che ormai, in una famiglia siciliana media, su tre figli, forse uno soltanto lavora? Se non ci fossero le pensioncine dei nonni, fior di trentenni e quarantenni, con tanto di laurea, non saprebbero come fare la spesa.

Si replicherà: ma il ponte sarebbe un volano di sviluppo. Certo, una macchina che produrrebbe lavoro, per 10-15 anni, o forse più,  a tempo indeterminato, come l’autostrada Messina-Palermo, aperta, dopo appena 40 anni, con una forzatura, per vedere atterrare il premier con l’elicottero.

Ma una volta realizzato, ci sarebbero i turisti e,  quindi, tutto l’indotto. Nell’accorata lettera di Enzo Siviero al viceministro Ciaccia, c’è l’argomentazione forte dei pontisti: la ricaduta economico-sociale, con tanti punti snocciolati. E al ministro Passera, Siviero ribadisce: “Il ponte sullo Stretto rappresenta un’opera simbolo per l’intero Paese, capace di farci superare l’attuale congiuntura”.

Forse andrebbe spiegato meglio dalla Società Stretto di Messina, in modo più concreto, in cosa consisterebbe questa ricaduta, anche perché alle vecchie favole di qualche precedente governo, sul milione di posti di lavoro, non ci crede più nessuno.

L’indotto significa tutto e niente: dalle forniture di materiali, per i lavori, alle guide turistiche; dagli uffici amministrativi, con il personale che gestirebbe la “macchina” del ponte (da reclutare preferibilmente con selezioni pubbliche!), agli alberghi e nuove strutture ricettive (il Prg li prevede e le aree ci sono o sono già abbondantemente sature?).

Ci voglio credere al sogno dei posti di lavoro, ma non a occhi aperti. L’idea delle torri grattacielo abitate mi affascina, tutto sommato, anche se io soffro di vertigini e non sarei dei vostri.

Però, torniamo ai denari, perché si sa che, senza quelli, non se ne canta messa. Fondi pubblici non ce ne sono, a meno che non si stornino da altre opere importanti per l’incolumità, o da sanità, scuole, università, tredicesime o non so cos’altro. O l’Europa non decida di accollarsi il Ponte: improbabile, anzi, direi utopistico!

E, allora, i privati, interessati al business, al famoso project financing. Ma si sono trovati questi privati? Si troverebbero americani, arabi, giapponesi o cinesi che siano?

Che si facciano avanti subito o mai più. Li identifichiamo e diciamo chiaramente cosa vorrebbero questi “benefattori” in cambio della maxiopera (forse si sarebbe dovuto fare, come condizione sine qua non, prima della gara per la scelta del general contractor). Insomma, mamma Saveria vorrebbe sapere quanto pagherebbero, un giorno, i suoi nipoti, per andare a vedere i bronzi di Riace sull’altra sponda.

Procediamo. Siccome, io, da buona messinese, ho la fobia del terremoto, avendo perso metà dei miei avi sotto le macerie del 1908, mi chiedo: ma siamo sicuri, al 100%, che non ci sarebbero rischi? O semplicemente diciamo che, in presenza di un terremoto catastrofico, moriremmo comunque tutti, sotto i palazzi, costruiti sui torrenti e sulle colline di sabbia, e quindi che vuoi che sia un Ponte che casca nello Stretto?

Ma io voglio fidarmi di quei tecnici (non sono tutti, a onor del vero) che mi assicurano. Ok. Rimangono due argomenti che i detrattori del ponte mi sventolano sotto il naso. Il primo è quello dell’ambiente (bisognerebbe sfrattare uccelli migratori e fauna e mettere a rischio l’ecosistema dello Stretto, e poi il problema delle cave, del materiale di risulta e quant’altro).

Mettiamo a tacere gli “ecointegralisti” (le navi inquinano di più! – ribattono i pontisti).

Ma, senza voler fare i disfattisti, c’è da fare i conti con qualcos’altro. La cosiddetta società civile non riesce a liberarsi della tangente mafiosa dei parcheggiatori abusivi, a Palermo come a Napoli; non riesce a combattere l’inquinamento (questo sì, accertato al 100%) in molti appalti e le infiltrazioni nelle pubbliche amministrazioni, piaga attualissima, come il procuratore capo di Palermo, Francesco Messineo, tanto per fare un nome, ribadisce sempre, senza peli sulla lingua. Riusciremmo a contrastare gli appetiti della mafia, che ha già corteggiato i primi cantieri del Ponte? Con quali controlli?

Delle Prefetture, che non hanno la carta per scrivere? O delle Questure, che non hanno agenti da mandare in strada per il controllo del territorio? O degli Uffici giudiziari, rimasti già orfani di alcuni Tribunali, e comunque con scrivanie zeppe di faldoni arretrati (roba di poco conto, tipo presunte trattative Stato-mafia e qualche stragetta?)

Chi si manderebbe a controllare questi pericoli, i giudici ragazzini eroi, ai quali ci siamo abituati in Sicilia, o i supercommissari, senza poteri, come Dalla Chiesa? Sì, è vero, c’è in atto una pax mafiosa, una tregua della mafia militare, ma forse i silenzi, dalle nostre parti, spaventano più delle bombe. E i colletti bianchi, che si sono ritagliati spazi nei gangli vitali, trent’anni fa, ora si sistemano il nodo delle cravatte.

E sempre per citare la Procura di Palermo, oggi la mafia si è infiltrata e rafforzata nel tessuto politico, amministrativo ed economico, siciliano  e non solo. Chi si occuperebbe di questo mostro famelico?

Non so se la Sicilia sia veramente “irredimibile”, per dirla con Sciascia, –  a volte nei momenti di sconforto, lo penso – ma, da siciliana, non sono sicura che la Sicilia possa “permettersi” un ponte fisico. E nutro dei dubbi anche sul fatto che voglia un ponte metafisico. Ai posteri l’ardua sentenza.

A Enzo Siviero, tutta la mia stima per la sua appassionata, qualificata e ardimentosa  e – ne sono certa – anche sincera arte del “ponteggiare” che è diventata, per lui, al di là della professione, anche una filosofia di vita.

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